All’indomani della telefonata con Xi, i consiglieri economici dell’amministrazione americana si sono riuniti per valutare l’imposizione di nuove tariffe a Pechino. Sul tavolo anche l’ipotesi di coinvolgere Giappone ed Europa portando il dossier al Wto

Sono passati quasi otto mesi da quando Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca. E giovedì, dopo alcuni colloqui tra alti funzionari che non hanno prodotto risultati soddisfacenti, il presidente statunitense ha chiamato il leader cinese Xi Jinping. Novanta minuti al telefono con l’obiettivo comune di sbloccare l’impasse e tornare a dialogare nonostante le differenze. A dimostrazione di quanto Washington e Pechino siano ancora lontane, nonostante il nuovo inquilino della Casa Bianca sia molto fiducioso della sua personal diplomacy da lui sottolineata anche per differenziarsi dal predecessore Donald Trump, da più parti viene sottolineato che la conversazione ha rappresentato soltanto il secondo contatto tra i due dopo quello di cortesia a febbraio. Un colloquio che Biden ha avuto nella Treaty Room al secondo piano della Casa Bianca, e in cui i leader, secondo il resoconto americano, “hanno discusso la responsabilità di entrambe le nazioni di assicurare che la competizione non sfoci in un conflitto”.

L’amministrazione Biden sta lavorando alla sua strategia sulla Cina. Ma le posizioni anche all’interno dell’esecutivo sono lontane. Per esempio sui dazi alle importazioni c’è chi, come la rappresentante al Commercio Katherine Tai, non ha fretta a rimuoverli; e chi, come Janet Yellen, numero uno del Tesoro, che le ritiene dannose per l’economia americana. Inoltre, alcuni nell’amministrazione sono convinti che i dazi non abbiano stimolato il cambiamento desiderato nel comportamento della Cina e abbiano ormai perso il loro potere come leva.

Intanto, e come detto sono passati otto mesi dall’insediamento dell’amministrazione, Biden non ha cambiato di molto la linea del predecessore sulle politiche commerciali. Ma ha modificato l’impostazione americana nel confronto con la Cina, inasprendola per certi versi: l’impegno non è più unilaterale, bensì deve essere coordinato con alleati e partner, come spiegato dal presidente in occasione del suo viaggio in Europa a giugno. Molte aziende statunitensi imputano ai tempi lunghi della review dell’amministrazione le loro difficoltà: tra queste c’è anche Boeing, secondo cui la mancanza di una politica sulla Cina da parte della Casa Bianca ha complicato i suoi affari a Pechino.

In questo scenario va contestualizzato quanto accaduto venerdì, proprio all’indomani della telefonata tra i due leader.

Come rivelato da Bloomberg, i principali consiglieri economici di Biden, tra cui Tai e Gina Raimondo, segretario al Commercio, si sono riuniti per affrontare la questione della sfida economica tra Stati Uniti e Cina. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di aprire un’indagine sui sussidi statali cinesi alla luce della sezione 301 del Trade Act del 1974. L’Ufficio del rappresentante commerciale ha acceso un faro sugli impegni assunti dalla Cina in occasione dell’accordo di fase uno negoziato dall’amministrazione Trump per far crescere gli acquisti di beni statunitensi di 200 miliardi di dollari nel 2020 e 2021. Secondo le stime di Chad Bown, economista del Peterson Institute for International Economics, citate dal Wall Street Journal, l’anno scorso Pechino ha mancato l’obiettivo di circa il 40% e quest’anno è in ritardo del 30%.

Se si dovesse procedere a nuovi dazi in base al Trade Act, si potrebbe scatenare “un’escalation nelle tensioni commerciali tra Washington e Pechino”, scrive il Financial Times.

Ed è per questo che Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha commentato le indiscrezioni della stampa americana invitano gli Stati Uniti a seguire lo spirito della telefonata tra i due leader. La speranza, ha detto, è che “i dipartimenti statunitensi e cinesi coinvolti” “trattino adeguatamente le differenze, intensifichino la cooperazione e riportino le relazioni bilaterali sulla strada giusta di uno sviluppo costante”. Poi ha definito le politiche commerciali di Trump, cioè i dazi, con un’espressione traducibile in italiano con “darsi la zappa sui piedi”.

“Un simile passo è ancora molto lontano”, sostiene Financial Times. Il Wall Street Journal scrive che “nessuna scelta definita è stata presa”. Ma aggiunge che la Casa Bianca sembra aver un piano per “una pressione a tutto campo”, come detto da una fonte al giornale newyorchese. L’intento è quello di collaborare con l’Unione europea, il Giappone e altri alleati in Asia e di trovare sostegno all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio per affrontare questa pratica di Pechino.

Come spiega sempre il Wall Street Journal, il dossier dei sussidi statali cinesi è spinoso e complicato. Alcuni programmi hanno alimentato sovrapproduzione e inefficienze. Da acciaio, pannelli solari e automotive, ora Pechino si sta concentrando su semiconduttori, intelligenza artificiale e calcolo quantistico. Gli Stati Uniti hanno beneficiato in alcuni casi della pratica. Un esempio? I pannelli solari, parte della strategia di Biden per contrastare il cambiamento climatico. Le difficoltà cinesi a fornire una contabilità precisa degli aiuti hanno complicato le cose.

Il dossier, però, è talmente spinoso e complicato che è difficile per l’Occidente venirne a capo in maniera compatta. Basti pensare che il predecessore di Tai, Robert Lighthizer, aveva cercato di lavorare con Giappone e Unione europea per arrivare a una posizione comune da portare all’Organizzazione mondiale del commercio per fare pressione sulla Cina. Ma è rimasto deluso, sottolinea il Wall Street Journal, perché la Germania e altre nazioni non erano disposte a fare molta pressione sulla Cina, un partner commerciale fondamentale.

L’amministrazione Biden è ottimista che alla fine riuscirà a trovare un’intesa con alleati e partner per sanzioni congiunte. In autunno è attesa la pubblicazione dei meccanismi di due diligence, degli strumenti per il procurement internazionale e sui sussidi esteri da parte della Commissione europea. Quell’occasione potrà darci qualche indizio per capire se la fiducia di Washington sia ben riposta o se sono soltanto i toni, e non le distanze, a essere cambiati con il cambio alla Casa Bianca.

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