Un mix di fattori sta facendo innalzare il costo dell’elettricità nel Vecchio continente, dove la corsa alla decarbonizzazione impatta la produzione. Il ministro della Transizione ecologica parla di un inverno coi prezzi alle stelle. All’alba della discussione sul piano Fit for 55, ecco come i meccanismi di mercato (e i piani di Bruxelles) stanno agendo sulle bollette

Sarà un inverno rovente per le tasche degli europei. Una combinazione di fattori – tra cui il rimbalzo delle economie asiatiche, l’aumento dei costi delle risorse e i piani per la transizione ecologica europea – ha fatto lievitare le bollette elettriche di tutti i ventisette Paesi, Italia inclusa. E secondo gli analisti la tendenza non si esaurirà in tempo per l’inverno, foriero di consumi più alti. Anzi.

Il ministro Cingolani, intervenendo oggi a un incontro organizzato dalla Cgil a Genova, ha disegnato uno scenario da brividi: “Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, il prossimo trimestre aumenta del 40%. Succede perché il prezzo del gas a livello internazionale aumenta, succede perché aumenta anche il prezzo della CO2 prodotta. Nessuno mette in discussione che la transizione ecologica vada fatta il prima possibile, senza indugi e con sacrifici enormi. Ci credo eccome alla transizione ecologica, ma non può essere fatta a spese delle categorie vulnerabili. Queste cose vanno dette, abbiamo il dovere di affrontarle”.

Scrive Reuters che il benchmark chiave per l’Ue, basato sulla Germania, ha infranto i record venerdì scorso toccando la cifra di 97,25 euro per megawatt ora (MWh). Contemporaneamente la controparte francese sfiorava il proprio picco storico di 100,4 €/MWh. Per contestualizzare, la media europea a inizio 2020 si aggirava intorno ai 36 €/MWh.

Ma basta guardare alla Spagna, vittima dell’isolamento energetico e di un’ondata di caldo estiva, elementi che hanno contribuito a far schizzare il prezzo della bolletta elettrica alle stelle. Nella penisola iberica il prezzo di elettricità all’ingrosso continua a segnare nuovi record (era a 154,16 €/MWh lunedì 13 settembre), Madrid tenta affannosamente di calmierare i prezzi (senza troppo successo) e si registra malcontento popolare da mesi.

In Europa i costi così elevati sono dovuti a una confluenza di fattori, a partire dalla ripresa post-pandemica delle economie asiatiche, che per alimentarla hanno fatto incetta di greggio e gas naturale, il cui prezzo è salito. Questo processo ha fatto il paio con la ripresa economica europea (e annessi consumi) più le scarse importazioni di gas nel Vecchio continente, le cui riserve ora sono al 70 per cento, con conseguente rincaro sui prezzi.

La variabile Nord Stream 2 non aiuta a chiarire il quadro futuro. Non aiutano le fonti rinnovabili, il cui contributo è comunque minoritario (15 per cento del fabbisogno totale, media europea del 2019, tenendo conto delle importazioni). Per giunta i venti deboli di quest’estate, secondo ICIS Energy, hanno fatto languire le centrali eoliche europee; oggi in Germania stanno operando a un decimo del loro potenziale.

Per i Paesi che non possono avvalersi di centrali nucleari, tutto ciò significa una cosa sola: serve bruciare più combustibili fossili per alimentare l’economia senza incorrere in costi eccessivi. E qui casca l’asino, perché in linea con i piani di transizione ecologica europei, farlo è (e sarà) sempre più costoso. D’altronde il sistema Ets, ovvero il mercato europeo delle quote di emissione – pensato per spingere economie e clienti verso più verdi pascoli – sta agendo esattamente come previsto.

Oggi produrre una tonnellata di CO2 costa al produttore 62,4 euro, il doppio dell’anno scorso e dodici volte il prezzo di quattro anni fa. C’entra anche la progressiva riduzione di carbon certificates a opera dell’Ue, che alza i prezzi. Ma se serve elettricità c’è poco da fare, le centrali devono provvedere, accollarsi il costo e scaricarne una parte sul cliente finale. Dunque spaventa che Bruxelles abbia proposto una strategia decarbonizzante che si basa anche su una stretta draconiana alle emissioni.

Martedì al Parlamento europeo si apre il dibattito sul piano Fit for 55, la proposta della Commissione europea per tagliare le emissioni del 55 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il piano prevede misure come la riduzione lineare di emissioni massime consentite (meno 4,2 per cento all’anno) e un potenziamento del sistema Ets. Ci sono anche delle misure di compensazione, come il Cbam (per “aggiustare” il prezzo dell’energia al confine) e un fondo da oltre 70 miliardi di euro per le bollette delle fasce di popolazione più esposte ai rincari. Tuttavia i critici hanno evidenziato che tutto ciò non basterà a compensare le ulteriori e progressive strette ai parametri di inquinamento.

Assai probabile che a Strasburgo le velleità verdi (e sacrosante) di Fit for 55 saranno ridimensionate da un’iniezione di pragmatismo. Un fronte l’aveva già aperto ad agosto l’iberica Teresa Ribera, vicepremier e ministro della transizione ecologica, che aveva detto a Bruxelles di imporre un tetto massimo al prezzo dell’elettricità e contenere il prezzo del CO2 (cosa che l’Ue assicura di poter fare con la riforma del mercato Ets). Sta diventando sempre più evidente che, al netto di contromisure, l’impatto della transizione ecologica si ripercuoterà eccessivamente sui portafogli dei contribuenti.

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