Equilibri post Aukus e una via per far sì che il peso dell’Unione europea e dei suoi Paesi membri nella Nato sia maggiore. La scelta dell’Ue deve essere “occidentale. Abbiamo tutto l’interesse ad avere una posizione concordata con gli Stati Uniti – non allineata, né da ruota di scorta”. Conversazione con l’ambasciatore Rocco Cangelosi, ex consigliere diplomatico del presidente Napolitano

L’Unione europea è sembrata piuttosto prudente nella difesa della Francia dopo il patto tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti. Ad alcune accelerate sono seguite delle frenate. Un esempio: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in un’intervista alla Cnn (la prima reazione ufficiale delle istituzioni di Bruxelles all’Aukus), ha prima sostenuto “uno dei nostri Stati membri è stato trattato in un modo che non è accettabile” per poi aggiungere che l’Unione europea vuole “sapere che cosa è accaduto e perché. Si deve chiarire questo prima di continuare con il business as usual”.

Formiche.net ne ha parlato con Rocco Cangelosi, diplomatico e consigliere di Stato, già consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e prima rappresentante permanente all’Unione europea.

Come legge questa postura?

Mentre gli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico hanno costruito attorno a Quad e Five Eyes una strategia di contenimento della Cina, l’Unione europea non ha ancora una sua politica definita e si è ritrovata spiazzata dall’accordo tra Canberra, Londra e Washington.

Quale ruolo può avere l’Unione europea nell’Indo-Pacifico?

Non avendo mezzi e strumenti militari adeguati ha peso relativo. La sua politica si deve sviluppare attraverso il cosiddetto soft power, la politica commerciale e lo scambio di tecnologie.

E l’Italia? Pensa che il nostro Paese dovrebbe avere una presenza militare nell’area?

Nell’ambito di una missione europea, vedere qualche fregata italiana sarebbe certamente ipotizzabile. Ma chiaramente abbiamo obiettivi più importanti su cui concentrare i nostri sforzi e i nostri mezzi nel Mediterraneo, anche quello cosiddetto allargato. La nostra presenza nell’Indo-Pacifico sarebbe eventualmente simbolica, nel quadro di una forza europea. Ma quale finalità avrebbe questa forza europea? Questo è il punto. L’Europa vuole schierarsi così apertamente in un’alleanza anti Cina?

Siamo in una fase storica in cui è necessario scegliere da che parte stare?

Certamente dobbiamo scegliere. Ma le scelte non sono sempre tra bianco e nero. Dobbiamo renderci conto che ci sono aspetti su cui serve coordinarci con gli Stati Uniti nei confronti della Cina. Se la definiamo rivale sistemico serve una strategia da guerra fredda e contenimento,  con tutte le conseguenze commerciali che ne derivano. Altrimenti dobbiamo trovare una via di mezzo in cui si possano conciliare le logiche di sicurezza con quelle commerciali. In ogni caso, serve buona volontà anche da parte della Cina, che dovrebbe temperare i suoi atteggiamenti  aggressivi verso, per esempio, il Mar Cinese Meridionale o Taiwan e avere atteggiamenti cooperativi in settori di valenza planetaria come l’ambiente e la lotta alle pandemie.

In che direzione dovrebbe andare l’Unione europea?

Penso che la scelta dell’Unione europea debba essere occidentale. Abbiamo tutto l’interesse ad avere una posizione concordata con gli Stati Uniti – non allineata, né da ruota di scorta. Dovremmo sederci al tavolo paritariamente per raggiungere una strategia che porti a coerenza di comportamenti su diversi temi, dai diritti umani agli interessi commerciali, economici e militari.

Il 2022 si aprirà con il semestre di presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva annunciato la scorsa settimana, durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione, la volontà di convocare un summit sulla Difesa. Questo progetto esce ridimensionato dei recenti sviluppi globali?

Va premesso che il discorso statunitense è molto netto: dell’Indo-Pacifico ci occupiamo noi, gli europei inizino a occuparsi della difesa del loro vicinato. Joe Biden sta continuando il discorso che faceva già il predecessore Donald Trump: gli Stati Uniti non vogliono più farsi carico completamente della difesa dei Paesi europei. In questo scenario, la Francia spingerà sulla difesa comune, in cui pensa di avere la leadership per due fatti obiettivi: è l’unico Paese europeo in possesso dell’arma nucleare ed è anche ‘unico ad essere membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Attorno a questo cercherà di sfruttare il suo semestre di presidenza per rilanciare l’agenda della difesa comune. Molto, però, dipenderà dagli esiti delle elezioni tedesche del fine settimana e francesi di aprile.

E l’Italia?

La presidenza di Mario Draghi ha una statura internazionale di grande rilievo ma il Paese è quello che è. Come difesa pesiamo meno degli altri, anche se le nostre missioni di peace-keeping e institution building sono molto apprezzate.

Da dove partire per rafforzare la difesa europea?

Tra i vari strumenti giuridici presenti, il trattato di Lisbona prevede le cooperazioni  rafforzate permanenti. L’importante è procedere in maniera coordinata e complementare alla Nato, sia per motivi strategico-militari sia per un equo burden sharing. Da qui serve partire per far sì che il peso dell’Unione europea e dei suoi Paesi membri nella Nato sia maggiore.

Si potrebbe iniziare chiedendo alla Francia di rinunciare alla bandiera nazionale nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a favore di una rappresentanza europea?

È un vecchio discorso. In passato si era parlato di allargamento del Consiglio a Paesi come Germania, Giappone, India, Argentina. L’Italia si ritrovò spiazzata e presentò un piano alternativo di riforma per evitare decisioni che la avrebbero penalizzata, ivi compresa l’idea di un seggio permanente europeo. La Germania non ha mai rinunciato all’obiettivo di un suo seggio permanente: probabilmente se riconoscesse la leadership francese nella difesa, Parigi appoggerebbe Berlino in questa sua aspirazione. Diverso è il discorso di mettere una bandiera europea, di fare cioè un seggio europeo. Bisognerebbe rivedere lo statuto delle Nazioni Unite, che non prevede organizzazioni internazionali nel Consiglio di sicurezza. Ma la questione giuridica si risolve facilmente se c’è la volontà politica. Ma, purtroppo, non vedo il consenso necessario. Certo, la riforma del Consiglio, congelato alla situazione della fine della Seconda guerra mondiale, con il successivo ingresso della Cina, appare sempre più necessaria per rispecchiare adeguatamente i nuovi equilibri geopolitici.

Recentemente si sta parlando di un eventuale allargamento dell’alleanza Five Eyes. Che ne pensa?

Teoricamente è praticabile, sia nell’Indo-Pacifico sia in Europa. Per quest’ultima potrebbe essere una delle ricadute  delle tensioni in corso, una volta che si saranno appianate le divergenze con gli Stati Uniti. Ma non bisogna dimenticare che la Francia rimane il maggiore stakeholder nella difesa europea. Per questo fin quando non sarà stato riassorbito lo smacco subito non ci sono da aspettarsi progressi in questa direzione.

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