Clima, innovazione e un auspicato hard power europeo sono la bussola della Commissione per affermare il ruolo dell’Europa sul piano internazionale. Il successo dipende anche dagli equilibri nelle capitali Ue. Abbiamo fatto le cose giuste. “Lo abbiamo fatto all’europea”. E proprio la rivendicazione di questo “european way” è il filo conduttore della visione di von der Leyen

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha invitato Stati Uniti e Cina a seguire il modello europeo sul clima.

Clima, innovazione e un auspicato hard power europeo sono la bussola della Commissione per affermare il ruolo dell’Europa sul piano internazionale. Il successo dipende da molti fattori, non ultimo dagli equilibri nelle capitali Ue. Abbiamo fatto le cose giuste. “Lo abbiamo fatto all’europea”. E proprio la rivendicazione di questo “european way” è il filo conduttore del discorso, e della visione di von der Leyen. Al centro, ci sono le regole.

“Non sarà il mercato a salvarci dalla crisi climatica, ma le regole”, aveva detto qualche giorno prima il suo vice, il Commissario al Green Deal Frans Timmermans. Una sorpresa “per chi ha creduto nel liberismo economico”, ma sul clima il mercato ha fallito. È il tempo della “responsabilità collettiva”.

La crisi è una “responsabilità dei governi” i soli che possono incentivare investimenti verdi, tassare il carbonio, imporre limiti alle emissioni (Ignazio Visco). Economisti e banchieri sono ormai sulla stessa linea.

La Bce “deve adattare i suoi modelli macroeconomici per integrare i rischi del cambiamento climatico nella politica monetaria” (Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo)”. Le banche non sono pronte per gli stress test sul clima. Ci aspettiamo “maggiori informazioni sull’esposizione delle singole aziende”, così come chiarezza sulla “sostenibilità dei prodotti finanziari”. Il “vero costo sociale e ambientale del carbonio” deve essere incluso nei prezzi pagati da tutti (Christine Lagarde).

Le banche centrali hanno passato un decennio a sistemare i difetti del sistema finanziario dopo la crisi del 2008. Oggi tutti gli occhi sono puntati su una sfida a più lungo termine, migliorare la resilienza climatica del sistema finanziario e dell’economia globale.

L’esperienza europea dimostra che la regolamentazione è un motore fondamentale dell’innovazione ambientale. La tecnologia, tuttavia, è solo una parte della soluzione. La natura è il nostro migliore alleato.

La Commissione presenterà un nuovo pacchetto ambientale a dicembre; comprese proposte per la biodiversità.

Per decenni, teoria e modelli econometrici hanno gravemente sottostimato la dimensione economica della crisi. Non tengono conto del prezzo reale di risorse naturali non rigenerabili né delle esternalità. In più, ignorano sistematicamente il rischio di superare i tipping point, con effetti devastanti su tutti i sottosistemi planetari. “È l’economia, stupido”. Sì, ma sono sbagliati i conti.

L’economista William Nordhaus ha vinto il premio Nobel “per aver integrato il cambiamento climatico nell’analisi macroeconomica a lungo termine”, individuando in un aumento di 4 gradi entro il 2150 punto di “equilibrio ottimale” tra costi e benefici della mitigazione.

Tra i primi ad affermare la necessità di una carbon tax globale, i suoi modelli si stanno rivelando frutto di un pericoloso abbaglio. Secondo Nordhaus, un aumento di 3,5 gradi entro il 2100 sarebbe un risultato economicamente desiderabile. Peccato che con aumento simile il pianeta diventerebbe in gran parte inabitabile.

Un paradosso reso ancora più evidente dal fatto che il Dice (Dynamic Integrated Climate Economy model), che è la base dei modelli di valutazione integrata (Iam) sviluppati da Nordhaus, concluda che un aumento di 6 gradi causerebbe una perdita limitata al 10% del Pil globale.

Per metterlo in prospettiva, la terra tra 6 gradi è uno scenario così estremo, forse incompatibile con la vita tout court, che non viene preso in considerazione.

Allora, qual è il vero costo sociale del carbonio? La questione è ancora molto dibattuta. Una cosa è certa: “Se tutti vivessero come noi in Europa occidentale, avremmo bisogno di tre pianeti” (Timmermans).
Consumiamo cento miliardi di tonnellate di risorse l’anno. A rischio la sicurezza idrica e alimentare. Da qui arriva la spinta verso l’economia circolare. Usare meno risorse, e usarle meglio. Ridurre gli sprechi. In Cina, dove la “civiltà ecologica” è principio costituzionale dal 2018, è severamente punito lo spreco alimentare. La plastica monouso per l’asporto al bando dal 2021.

Nella Ue l’accesso a risorse e materie prime – in primis per la transizione energetica – significa autonomia strategica e sicurezza.

Urgono misure di adattamento per i sistemi alimentari e idrici. Colture e l’allevamento potrebbero sparire in alcune regioni del sud Europa.

Per ridurre emissioni e livelli di azoto, i Paesi Bassi stanno valutando di costringere gli allevatori a tagliare del 30% i capi di bestiame. In Germania, le 34 mense universitarie di Berlino sono diventate vegetariane. Carne e pesce solo nel 4% dei piatti. Lo vogliono gli studenti.

La lotta al cambiamento climatico è anche una questione sociale e generazionale, non solo tecnologia. Riguarda ideali e modelli di consumo e di vita.

I negazionisti hanno perso la loro battaglia. Oggi il rischio sono fatalismo, rassegnazione e paura sociale. La dura lezione dei gilet gialli francesi. Servono educazione, comunicazione e alternative accessibili.

E un approccio strutturale per riequilibrare i sistemi fiscali.

Il quasi inevitabile, temporaneo aumento del costo dell’elettricità nella Ue deve essere sterilizzato eliminando oneri fiscali impropri che non riguardano la produzione di energia e spostando il carico su fattori ad alta intensità di carbonio.

All’aumento del prezzo dei carburanti risponde il miglioramento del trasporto pubblico. Entro il 2024 la Germania investirà 1,25 miliardi in bus elettrici e infrastruttura di ricarica. Con la benedizione della Ue.

Mentre si appresta a rivivere una nuova guerra fredda l’umanità potrebbe accorgersi di avere un nemico comune da combattere.

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