Il primo ministro nominato dall’Onu ha ricevuto un voto di sfiducia dal parlamento. La situazione è complicata, lo scontro politico si potrà risolvere solo attraverso il voto

La mossa con cui un’ottantina di deputati del parlamento HoR hanno tolto la fiducia al governo del premier Abdelhamid Dabaiba, martedì 21 settembre, complica la situazione in Libia. L’esecutivo si muove sotto egida delle Nazioni Unite, che guidano il percorso di stabilizzazione innescato dopo il cessate il fuoco dell’anno scorso, e ha incarico ad interim per traghettare il paese al voto fissato per il 24 dicembre.

La situazione è delicata, si va allo scontro politico. Unsmil, la missione onusiana in Libia, ha precisato che la sfiducia non ha valore. Dabaiba ha annunciato di non riconoscere la mossa parlamentare, così ha fatto l’Alto consiglio di Stato. Il governo ha convocato una manifestazione per venerdì. Situazione che testimonia quanto siano importanti le elezioni per mettere un freno al caso.

Come più volte ribadito anche su queste colonne, un governo eletto dal popolo potrebbe essere visto sia dentro che fuori dalla Libia come più legittimato nelle scelte; avrebbe ossia più forza, partendo dalla maggiore capacità (anche grazie al sostegno diplomatico di grandi attori come gli Stati Uniti) con cui potrebbe gestire il delicatissimo problema delle unità armate straniere nel paese. Contemporaneamente è proprio il voto, con la preparazione della legge elettorale e gli scontri interni, che sta producendo certi scossoni.

Il rischio dietro a questi terremoti politici come quello attuale è sempre lo stesso: l’innesco di una deriva da cui ripartano i combattimenti, perché certi attori esterni non sono direttamente implicati e dunque possono muovere i propri proxy senza eccessivi coinvolgimenti.

Nei giorni scorsi l’ambasciatore italiano, Giuseppe Buccino, e l’inviato speciale della Farnesina, Nicola Orlando, hanno avuto incontri con i due lati della partita attorno alla legge elettorale — il Parlamento e l’Alto Consiglio di Stato – anche con la finalità di appianare distanze e tensioni.

Nelle ultime ore la Francia ha offerto all’Italia la possibilità di co-presiedere la Conferenza internazionale che Parigi vorrebbe ospitare il 12 novembre. L’incontro in preparazione, finalizzato nel fornire assistenza diplomatica per le operazioni verso il voto, nasce già con complicazioni legate fondamentalmente al contesto temporale.

Italia e Francia, con la Germania – che oggi all’Onu guideranno una sessione speciale dell’Assemblea Generale sulla Libia –, l’Ue tutta e gli Stati Uniti, hanno il complicato ruolo di mantenere la barra dritta e mettere tutta la propria pressione diplomatica perché questi mesi procedano in modo ordinato. Ossia si decida e voti rapidamente la legge elettorale e si proceda con il percorso verso il voto senza ostacoli.

Gli svarioni interni e i destabilizzanti interessi esterni rischiano altrimenti di intralciare il percorso in atto. Per mesi gli attori politici libici hanno tenuto posizioni di secondo piano, allineate con il percorso onusiano, mentre con lo smuoversi delle (due) bozze di leggi elettorali le divisioni sembrano essere tornate.

Quanto successo ieri è chiaro che indebolisca il governo di Dabaiba, perché teoricamente e tecnicamente l’attuale esecutivo può portare avanti solo gli affari correnti. L’esecutivo uscito dal voto del Foro di dialogo politico libico prodotto dall’Onu attualmente non ha possibilità di prendere decisioni importanti, e questo lo rende debole producendo anche una perdita di legittimità internazionale. Il voto – l’elezione di un presidente, di un parlamento e dunque di un esecutivo – è importante a maggior ragione.

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