In conferenza stampa a margine del Consiglio dei ministri, Mario Draghi sgombra il campo da facili illusioni sulla Difesa europea: “è chiarissimo che bisognerà spendere di più”. La questione rientra tra quelle che “solo il settore pubblico” può soddisfare, e che dunque rendono “irrealistico” pensare di poter tornare alle regole fiscali dell’Ue pre-pandemiche

Il presidente del Consiglio Mario Draghi è tornato sul tema della Difesa europea. Lo ha fatto nella conferenza stampa tenuta insieme al ministro Daniele Franco a margine del consiglio dei ministri che ha approvato la nota di aggiornamento al Def e fatto emergere “un quadro di gran lunga migliore di quello che pensavamo” sui trend di ripresa dell’economia nazionale.

L’ultima uscita sul tema da parte di Draghi risaliva a metà settembre, a margine del vertice EuMed di Atene. In quell’occasione il premier notata l’esigenza del “rafforzamento della sovranità europea”, includendo come “uno degli aspetti” anche la “difesa europea”, e spiegando che “su questo fronte non c’è molto tempo da aspettare però”.

Oggi il riferimento alla Difesa comune europea si è inserito in un ragionamento più ampio, partito dalla dibattito sulla revisione delle regole fiscali dell’Ue. Per Draghi è “irrealistico” pensare che possano tornare quelle pre-pandemiche, a prescindere dai risultati dei negoziati che in Germania stanno vedendo impegnati i partiti dopo il voto di domenica scorsa. Perché irrealistico? “Perché in questi mesi si sono rivelati dei bisogni importantissimi, esistenziali per la stessa Europa, che non possono che essere soddisfatti dal settore pubblico”. Gli esempi di tali impegni offerti dal presidente del Consiglio sono molteplici: la lotta al Covid (“le vaccinazioni”), l’aiuto ai Paesi in via di sviluppo e il clima, “per accelerare la transizione ecologica e proteggere le classi più deboli”. Si aggiunge un quarto impegno che rende “irrealistico” immaginare di tornare alla precedente regolazione finanziaria europea: la Difesa.

“Le ultime esperienze hanno mostrato che dobbiamo dotarci di una difesa più significativa”, ha spiegato il premier, riferendosi con ogni probabilità al caso che ha innescato il dibattito sul tema delle ultime settimane: l’esito drammatico dell’impegno in Afghanistan. Più di recente si è poi aggiunta l’intesa Aukus, una conferma dello spostamento dell’attenzione degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e il confronto a tutto tondo con la Cina. Il risultato è stata l’emersione di un’evidenza: la necessità per l’Europa di rafforzare il proprio peso sullo scenario internazionale, anche dotandosi di una Difesa comune. “Le coperture internazionali di cui eravamo certi – ha detto Draghi – si sono mostrate meno interessate a svolgere questa funzione nei confronti dell’Europa”.

Qui il tema diventa tecnico, spesso concentrato più sugli strumenti (tra battlegroup e unità di reazione rapida) che non sulla strategia di fondo, col rischio di ripetere gli errori del passato, quando si è palesato il vero problema della Difesa comune: la mancanza di volontà politica. Draghi riconosce l’esigenza di un livello d’ambizione maggiore, ma spiega che “non è chiaro come e se si farà, se in Europa oppure no”. Tra le righe una lettura pragmatica della questione, che comprende i rapporti con la Nato (l’Italia lavora affinché la Difesa europea proceda in sinergia con l’Alleanza Atlantica) e la possibilità di spingere l’integrazione al di fuori del rigido perimetro dell’Ue, magari partendo da una coalizione di volenterosi, temi su cui lavora il ministro Lorenzo Guerini. Ancora più pragmatico il passaggio successivo: “è chiarissimo che bisognerà spendere molto di più in Difesa di quanto fatto finora”.

In altre parole, non è possibile pensare di procedere con l’integrazione europea della Difesa senza aumentare i singoli impegni nazionali, a partire dai bilanci, inevitabile presupposto di missioni, investimenti e programmi di cooperazione. La questione rientra tra le esigenze a cui “solo il settore pubblico” può rispondere.

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