L’ossessione per le alleanze che si è notato nel dibattito testimonia tutta la difficoltà della Germania a uscire dall’era Merkel, ricalibrando la propria identità nel rispetto del percorso degli ultimi anni, ma adattandola a un mondo che sarà irrimediabilmente diverso dalla stagione a cui la Cancelliera ha dato forma

Se si vuole avere un’idea di cosa è saltato subito all’occhio nell’ultimo confronto tra candidati prima delle elezioni tedesche di domenica, si potrebbe partire da una frase pronunciata quasi in chiusura da Olaf Scholz, candidato della Spd e attuale ministro delle Finanze: “Non è un segreto che mi piacerebbe formare un governo con i Verdi”.

In effetti, durante il confronto lui e Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi, sono apparsi per molti versi più in sintonia che nelle scorse settimane. Fino a qualche mese fa, i Grüne sembravano destinati a essere la sorpresa delle elezioni di settembre, e un loro governo con la Cdu è apparso spesso come l’esito più probabile. Negli ultimi mesi, però, la discesa di Baerbock (coinvolta in una serie di scandali) e la recente, portentosa risalita di Scholz hanno cambiato le carta in tavola. Oggi i socialdemocratici, in crisi fino ad agosto, appaiono saldamente in testa ai sondaggi, e quello di Scholz è il nome più papabile per la Cancelleria.

Il confronto ha quindi mostrato in maniera più netta una dinamica già osservata nelle prime due occasioni: Scholz e Baerbock si sono mostrati come l’alternativa alla Cdu, avendo come principale obiettivo polemico Laschet. Stavolta però gli attacchi sono sembrati più coordinati, più complementari. Non più, quindi, soltanto il tentativo di accreditarsi di fronte agli elettori come un’alternativa credibile, ma una presa d’atto che un’alleanza Spd-Verdi, che i sondaggi incoraggiano, è l’unico modo per mandare davvero all’opposizione i cristiano-democratici.

Per Annalena Baerbock, significa accettare che il sogno di vincere le elezioni è ormai infranto, ma si aprono interessanti prospettive di governo. Per Scholz, significa già agire da Cancelliere, tessendo alleanze e trovando terreno comune con altre forze politiche. Conseguentemente, i due si sono spesso strizzati l’occhio a vicenda. Nelle dichiarazioni finali, alla domanda di elencare tre proposte che vorrebbero realizzare subito in caso di elezione, Scholz ha parlato di aumento del salario minimo, di riforma delle pensioni e di investimenti sulle rinnovabili, unendo le politiche sociali, nucleo del suo programma, a un argomento caro ai Verdi. Baerbock, dal canto suo, ha rilanciato di non voler fare le cose a metà contro il surriscaldamento climatico, legando le politiche climatiche e quelle sociali.

Una implicita dichiarazione di alleanza, di cui si era avuto sentore già poco prima, quando parlando di salario minimo e di una riforma in senso più progressivo della tassazione, Scholz aveva commentato il parere favorevole di Baerbock affermando: “Se capisco bene, la signora Baerbock e il suo partito su questo punto vedono le cose come me e il mio partito”. Una considerazione netta, fatta nel ruolo di chi nelle ultime settimane ha consolidato la sua immagine di Cancelliere (Scholz ha vinto ogni sondaggio post-confronto tv, e domenica non è stato da meno: secondo Zdf, il 42% degli spettatori lo ha indicato come chiaro vincitore della serata).

Se l’alleanza coi Verdi sembra assodata, però, non vuol dire che lo sia la formazione di una maggioranza. Ad oggi, è improbabile che i Grüne bastino per governare: i socialdemocratici dovranno guardare a sinistra, se i numeri della Linke lo permetteranno, o a destra, dialogando con i liberal-democratici della Fdp. Quest’ultima opzione assicurerebbe i numeri al Bundestag, ma potrebbe costringere Scholz a rinunciare, o quantomeno a ridimensionare fortemente, gran parte delle sue proposte in termini di politiche sociali.

In effetti, la Fdp e il suo leader Christian Lindner potrebbero diventare l’ago della bilancia, dopo domenica. I suoi voti sarebbero fondamentali in una coalizione “semaforo” (Spd-Verdi-Fdp), e potrebbero persino provare a dar vita a una coalizione “Germania” (Spd-Cdu-Fdp). La situazione per Lindner, però, è meno facile di quel che sembra. Il suo partito ha beneficiato della crisi dei cristiano-democratici, togliendo voti a Laschet, ma ora deve scegliere. Continuare a stare all’opposizione significherebbe farlo con un ruolo più forte rispetto a prima, ma vanificare la crescita del partito in prospettiva di governo. Entrare in una coalizione al fianco dei socialdemocratici o dei Verdi, spesso indicati come un pericolo allo sviluppo economico o alla libertà delle imprese, significherebbe snaturare il suo partito e creare un governo dove la tensione sarebbe spesso alta. Creare una maggioranza con la Cdu, invece, potrebbe avere il rischio di veder ricrescere i cristiano-democratici a spese dei liberali, negli anni.

È difficile, comunque, che Spd e Verdi ragionino di una coalizione che includa la Cdu, facendo rientrare dalla finestra l’avversario che con tanta fatica è stato accompagnato alla porta. Proprio in questa prospettiva, Scholz nelle ultime settimane si è proposto come reale erede merkeliano, in grado di incarnare il cambiamento nella continuità voluto dai tedeschi, dato l’attuale vicecancelliere e ministro delle Finanze è apprezzato anche da molti elettori orfani di Merkel. In un precedente confronto, proprio Laschet ha maldestramente rinforzato questa percezione, quando rispondendo alla domanda su cosa apprezzasse dei suoi avversari, ha lodato la competenza di Scholz, sottolineando come la sua azione di ministro si sia svolta “sotto la guida di Angela Merkel”. L’intenzione era ovviamente ridimensionare l’autonomia di Scholz, ma agli occhi di molti ne ha invece rinforzato l’immagine.

È significativo, inoltre, che in questa campagna elettorale il tema alleanze sia stato presente in ogni discussione, mentre l’Unione Europea e la politica estera non hanno trovato molto spazio. Laschet ha spesso accusato i socialdemocratici di voler aprire le porte ai radicali della Linke, mentre Lindner non è riuscito a escludere apertamente un’alleanza con i Verdi e la Spd. Ma i rapporti con Russia e Cina, così come le relazioni con gli Usa di Biden o come proseguire il percorso intrapreso in Ue con strumenti come Next Generation Eu, non sono mai stati davvero terreno di contesa politica, anche se le differenze tra i partiti sono a volte profonde (si pensi a quanto le politiche sociali europee promosse da Spd e Verdi differiscano dall’Ue immaginata da Lindner). Come sintetizzato su Twitter da Sven Giegold, eurodeputato dei Verdi: “Tutta Europa guarda alle elezioni per il Bundestag, ma la campagna elettorale non guarda all’Europa”.

Del resto, per occuparsi di Europa e dei rapporti col resto del mondo, è necessario avere una chiara idea dell’identità che si vuole dare al Paese. L’ossessione per le alleanze che si nota nel dibattito testimonia tutta la difficoltà della Germania a uscire dall’era Merkel, ricalibrando la propria identità nel rispetto del percorso degli ultimi anni, ma adattandola a un mondo che sarà irrimediabilmente diverso dalla stagione a cui la Cancelliera ha dato forma. Da domenica, però, questi temi entreranno prepotentemente nel dibattito.

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