Il gruppo svedese chiude un centro di ricerca in Cina dopo le difficoltà sul mercato locale del 5G. Gunter (Merics): per Pechino è una missione politica assicurarsi che Huawei e Zte sopravvivano e dunque…

Ericsson sta per chiudere l’importante centro di ricerca di Nanchino, uno dei cinque che ha in Cina. I 630 dipendenti in esubero potrebbero essere assunti da TietoEVRY, società di software finlandese che ha già detto sì all’accordo con l’azienda svedese. A rivelarlo è il South China Morning Post che spiega che la scelta è il frutto delle difficoltà di Ericsson nel mercato 5G cinese dove sta perdendo rapidamente quota a favore gruppi locali come Huawei e Zte.

Una settimana fa Borje Ekholm, amministratore delegato di Ericsson, aveva dichiarato all’agenzia Reuters che l’azienda è “in Cina da 120 anni e non intende rinunciare facilmente” a quel mercato, il più grande al mondo con quasi un milione di stazioni in funzione entro la prima metà di quest’anno. “Abbiamo intenzione di dimostrare che possiamo aggiungere valore alla Cina”, aveva aggiunto.

Nei mesi passati l’azienda aveva invitato il governo svedese ad allentare la stretta su Huawei temendo ritorsioni da parte della Cina. Ma il divieto è stato confermato anche in tribunale. “Non credo che abbiamo avuto alcun aiuto dal governo svedese, a essere onesti”, aveva commentato Ekholm.

Ericsson, che una volta era uno dei principali fornitori di apparecchiature di telecomunicazione in Cina, ha detto a luglio che le sue entrate del secondo trimestre nel Paese sono diminuite di quasi il 60 per cento rispetto a un anno fa.

Jacob Gunter, analista del centro studi tedesco Merics, commentato su Twitter la notizia evidenziando che “Huawei e Zte sono aziende cruciali per Pechino, poiché sono leader nell’innovazione in settori in cui la Cina cerca l’autosufficienza e sono competitive all’estero. È una missione politica assicurarsi che sopravvivano e prosperino, così le aziende locali e il governo le favoriranno”.

“Non è un segreto” che in Cina i rivali locali dei fornitori stranieri, cioè Huawei e Zte, “ottengono molto sostegno da parte dello Stato, soprattutto nei mercati degli appalti pubblici e dalle aziende pubbliche”, spiega. E ancora: “non prendiamo in giro”, “Huawei e Zte non affrontano da parte dei funzionari lo stesso livello di verifiche [di sicurezza] come quelle per i fornitori stranieri”.

Infine, scrive Gunter, ci sono “richieste non ufficiali”: alle aziende in Cina viene caldeggiato di adottare una tecnologia “autonoma e controllabile” nelle loro catene di approvvigionamento.  L’idea, spiega “è quella di mitigare gli shock causati da un’improvvisa perdita di accesso alla tecnologia straniera, come è successo ad alcune aziende della Repubblica popolare cinese con i semiconduttori”.

“Mentre ero ancora a Pechino, ho sentito da tonnellate di aziende europee che questa terminologia è sempre più comune nei colloqui d’affari. I business leader cinesi dicono loro che è difficile dire quanto politicamente affidabile sarà la tecnologia straniera nei prossimi anni”, continua. “Per ora, la priorità è la tecnologia sensibile – apparecchiature di rete, telecomunicazioni e fornitori di servizi digitali, eccetera”. Da qui “la batosta” che Ericsson sta “prendendo sul mercato cinese”, conclude.

Non sono queste le uniche scorie delle tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Infatti, nei giorni scorsi, dopo Nokia, anche Ericsson aveva riconosciuto le difficoltà di lavorare sull’O-RAN Alliance, un progetto di sviluppo di una rete modulare con interfacce e ran aperte che dovrebbe favorire una maggiore trasparenza e una diversificazione dei fornitori 5G. “La situazione attuale”, con le sanzioni statunitensi contro alcune delle aziende coinvolto nell’O-RAN Alliance, “può ostacolare il progresso all’interno della O-RAN Alliance”, aveva spiegato l’azienda in una dichiarazione inviata a Formiche.net.

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