In Etiopia si sta consumando una catastrofe umanitaria in seguito a una guerra di cui in Italia si parla troppo poco. Come italiani (ed europei) non possiamo restare a guardare, né limitarci al solo tentativo di inviare convogli emergenziali. Ne va dell’unità e della stabilità dell’Etiopia, del Corno d’Africa e dell’intera regione. Scrive Elisabetta Trenta, già ministro della Difesa

Il 16 settembre 2018 il mondo ha esultato quando, dopo vent’anni di guerra, l’incontro tra il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il dittatore eritreo Isaias Afwerki ha segnato lo scoppio della pace tra i due Paesi, entrambi per un breve periodo colonie italiane. Per tale pace e per aver annunciato che avrebbe varato riforme liberali in economia e politica e, quindi, dato concrete prove di voler rafforzare la democrazia, Abiy ha ricevuto il Nobel della pace nel 2019. Un premio arrivato un po’ presto, ma che rifletteva l’entusiasmo per questa nuova fase che doveva segnare un momento di stabilizzazione per tutto il Corno d’Africa e anche per le relazioni italiane con un’area con la quale manteniamo ancora molti rapporti di vicinanza.

Sull’onda di questa ventata di riforme, i rapporti tra Italia ed Etiopia cominciarono a svilupparsi più velocemente che in passato, e io personalmente siglai un accordo di collaborazione nel settore della Difesa con l’allora ministro della difesa etiope, Aisha Mohammed Musa. L’accordo prevedeva iniziative di formazione congiunte, trasferimento di conoscenze, operazioni a sostegno della pace, il contrasto al terrorismo e all’estremismo violento, la ricerca e lo sviluppo in ambito militare e la collaborazione in materia di industria della difesa.

Certo, non lo avrei firmato se avessi avuto anche il solo dubbio su quello che invece poi è successo. In quel momento, però, non avevamo indicatori che ci potessero far presagire il futuro; vedevamo, invece, un Paese che veniva da cinquanta anni di monarchia assoluta, rivoluzioni, guerra civile e autoritarismo, il cui nuovo leader, subito dopo l’arrivo al governo, liberava i prigionieri politici e i giornalisti, apriva ai partiti di opposizione e incoraggiava i ribelli a disarmarsi, terminava con la parola pace una guerra lunghissima con l’Eritrea e prometteva di tenere le prime elezioni libere nel secondo paese più popoloso in Africa.

Tuttavia, a novembre 2020, il presidente Abiy ha dato il via a un’offensiva contro le forze del Tplf (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè) che aveva accusato di perseguire obiettivi insurrezionali e di essere traditrici della patria. Cosa era successo?

L’Etiopia è un Paese molto frammentato dal punto di vista etnico, i cui nove Stati sono divisi su base grossomodo etnico-linguistica. Lo stato di Oromia è il più popoloso, con circa 33 milioni di abitanti. Lo stesso Abiy Ahmed è di etnia Oromo, che è una delle più marginalizzate del Paese che, però, dal 1991 non aveva più avuto un primo ministro, a differenza dell’etnia Tigrina che, benché rappresentasse soltanto il 6% della popolazione etiope, ha sempre espresso il primo ministro in carica.

Ulteriore precisazione per cercare di capire le motivazioni del conflitto è che Abiy vinse le elezioni, dichiarando di voler favorire l’unità nazionale e creare una forte identità nazionale, con il sostegno dell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (Eprdf), una coalizione di cui il Tplf era parte fondamentale. Dopo l’elezione però, per consolidare la sua posizione nella coalizione, Abiy ha creato il il Prosperity party, un partito più facile da controllare, che riuniva tutte le componenti tranne il Tplf.

La crisi con il Tplf si è acuita dopo che, a settembre 2020, il Tigray aveva svolto le elezioni regionali ritenendo incostituzionale il ritardo a causa del Covid delle elezioni nazionali, che dovevano tenersi in agosto. Abiy non aveva riconosciuto quelle elezioni. Il 24 ottobre doveva avvenire un cambio di comandante nel Comando del Nord, dal quale dipendono circa la metà delle Forze di Difesa etiopi. Gli ufficiali in carica, molti dei quali Tigrini e con simpatie per il Tplf, rifiutarono di accogliere il nuovo comandante. Come sempre, un pretesto, un attacco armato del Tplf a una base militare etiope, ha causato la risposta di Abiy che ha dunque ordinato attacchi aerei con lo scopo di sciogliere il governo della regione del Tigray.

Da subito l’escalation militare ha avviato un processo che è andato ineluttabilmente verso una guerra civile (come quella del 1974-1991) che ha forti possibilità di destabilizzare l’intero Corno d’Africa e i Paesi più vicini come Egitto e Sudan, con i quali le tensioni sono aumentate a causa della costruzione della diga di Gerd (Grand Ethiopian Renaissance Dam), che l’Etiopia vuole portare a compimento anche senza aver raggiunto con Sudan ed Egitto un accordo sullo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo.

Oggi la situazione umanitaria è disastrosa, con accuse da parte del governo al Tplf che utilizzerebbe bambini soldato dopo aver dato loro una droga, e dall’altra parte il popolo tigrino e i rifugiati eritrei, fatti oggetto di stupri, torture, massacri ed esecuzioni di massa, usati, insieme alla fame, come armi di una guerra che ha tutte le caratteristiche di un genocidio. Di fronte ai 6,8 milioni di civili hanno un disperato bisogno di cibo, ai 70.000 rifugiati in Sudan, ai 2,2 milioni di sfollati interni, all’80% delle strutture sanitarie saccheggiate, alle decine di migliaia di civili massacrati e alle decine di migliaia di donne e bambine stuprate (Fonte dati: Account twitter Tigray Italy) occorre trovare una soluzione immediata.

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avviato un processo legale per stabilire se effettivamente le notizie delle esecuzioni di massa e degli stupri siano il segno evidente di un genocidio in atto, ovvero, della volontà di “distruggere, in tutto o in parte sostanziale, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Una dichiarazione di genocidio vorrebbe dire che quella guerra non è più un evento interno, è qualcosa che colpisce l’umanità intera e potrebbe, quindi, giustificare anche un intervento esterno.

Intanto, il presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni a tutti i criminali, di ogni fazione, autori di crimini di guerra e contro l’umanità, dall’inizio della guerra in Tigray. Ci sarà, in aggiunta, anche una riforma e un aggiornamento riguardo alla normativa sull’embargo di armi verso l’Eritrea e l’inserimento della stessa norma riguardante l’Etiopia. Un’evidente pressione degli Stati Uniti per il rispetto dei diritti umani, per consentire l’accesso dei convogli umanitari al Tigray e per cercare di far convergere su un tavolo di dialogo tutte le parti in causa incluse le truppe eritree e le milizie Amara che stanno supportando l’esercito etiope.

Come gli Stati Uniti anche l’Unione europea chiede fermezza nel delinearsi di un quadro internazionale nel quale il premier Abiy ha preferito al supporto di Stati Uniti e Ue quello di potenze emergenti, poco preoccupate dei diritti umani, come la Turchia, la Russia o la Somalia. In questo quadro, l’Italia non deve restare a guardare, né limitarsi al solo tentativo di inviare convogli emergenziali. Ne va dell’unità e della stabilità dell’Etiopia, del Corno d’Africa e dell’intera regione.

Occorrono anche gesti politici significativi come, per esempio, sospendere quell’accordo di collaborazione nel settore della difesa da me firmato e reso esecutivo più tardi, quando già si cominciava a intravedere la strada che stava prendendo il Paese. Non basta favorire il dialogo, occorre una vera e propria iniziativa – composita – per la pace. Ce lo chiede anche la società etiope presente in Italia e ce lo obbliga la nostra umanità.

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