Sono passati più di 5.000 giorni, quattro legislature, nove governi, una pandemia e un crollo economico dal V-Day. Eppure la sintesi del livello del dibattito pubblico sembra essere sempre la stessa: dal vaffa al fate cagare. Il commento di Martina Carone, Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Nella polemica del giorno tra Giuseppe Conte (ex presidente del Consiglio) e Fedez (marito di Chiara Ferragni che forse non si è accorto che Giuseppe Conte non è più il presidente del Consiglio) emergono dettagli interessanti, un po’ anticipatori e un po’ nostalgici, indicativi dei tempi interessanti che stiamo vivendo.

Iniziamo subito dicendo due cose: Fedez si scaglia contro Conte perché – comunque la si veda – il suo tour semi-elettorale sta andando molto bene. L’“avvocato del popolo” sembra infatti l’unico politico in gradi di mobilitare gli italiani e di riempire le piazze, costruendo occasioni di incontro che – purtroppo – stimolano le discussioni (e in alcuni casi, come questo, la rabbia) di chi, invece, di assembramenti non può neanche rischiare di crearne. In più, il mondo dello spettacolo è da tempo in fibrillazione; sono diversi gli artisti che iniziano a rumoreggiare e a ribellarsi (leggasi: Salmo) e a proporsi come sperimentatori e innovatori (leggasi: Cosmo), eppure ancora non si muove una foglia. In fondo, è proprio sotto il governo Conte II che, nell’estate 2020, dietro la spinta dei governatori e di chi sosteneva che il virus fosse cosa da dimenticare, furono riaperte le discoteche e autorizzate le feste che portarono, poi, a un aumento dei contagi nel periodo post feriale, per cui forse Conte qualche elemento per essere preso come interlocutore c’è.

Ma ci sono anche altre ragioni per cui Conte raccoglie la sfida e risponde all’influencer dandogli ragione; tanto per cominciare, Fedez è da mesi figura nota e al centro delle attenzioni, cosa che assicura al politico di poter iniziare un dialogo (rigorosamente in favor di telecamera) con un interlocutore rilevante nelle dinamiche social che, da tempo, assicurano visibilità degli argomenti trattati e pervasività in diverse nicchie di cittadini. D’altronde, Fedez è l’esempio migliore di quella che in molti chiamano “Politica Netflix” (copyright Lorenzo Pregliasco), una tendenza in cui influencer, brand e figure non prettamente politiche entrano al dibattito scegliendo tematiche molto specifiche secondo il proprio gusto e posizionamento, distaccandosi dall’idea ‘alta’ di politica e, soprattutto, rivolgendosi a nicchie fortemente interessate e, quindi, altamente propensi a mobilitarsi, informarsi, seguire il dibattito, fare da megafono. Rispondere a Fedez, a Er Faina (citofonare Carlo Calenda) o a qualsiasi altro esponente dotato di (vera o illusoria, meritata o inspiegabile) pubblicità permette quindi di arrivare a nicchie che altrimenti sarebbero disinteressate alla politica; permette di farsi conoscere, di sedimentare il proprio messaggio e, in parte, di confermare la propria leadership ponendosi come interlocutore attento ad alcune tematiche.

Sembra facile, vero? Eppure, purtroppo o per fortuna, le leadership politiche non passano solo attraverso questo. Il digitale ha cambiato le regole del gioco, inserendo elementi fondamentali di personalizzazione e disintermediazione; le abitudini mediatiche dei cittadini han modificato i linguaggi e i formati, privilegiando l’utilizzo di slogan in favor di brevitas e la capacità di incidere nel dibattito usando messaggi forti, polarizzanti, incisivi; il disinteresse di alcune fasce della popolazione nei confronti della politica tradizionale ha costretto la classe politica ad adattarsi a nuovi linguaggi, canali, piattaforme, creando combinazioni notevoli che oscillano tra il cringe e l’inaspettato successo; il mondo è fortemente cambiato, e forse è sfuggito alla direzione di quelli che un futuro così, con le dovute differenze, lo si immaginava già allora, arrivando nelle piazze dopo essersi organizzati su internet, e lo faceva da anni, e che oggi si ritrovano ad avere un leader che con un fenomeno di internet dialoga, che eleva un influencer a interlocutore e, soprattutto, gli dà piena ragione quando l’altro gliene suona di (santa) ragione.

Il V-Day è stato infatti l’8 settembre del 2007, e al tempo rappresentava lo sdegno, l’esasperazione di una fascia di cittadini, verso chi governa al tempo, casta colpevole di governare per conservare i propri privilegi. Sono passati più di 5.000 giorni, quattro legislature, nove governi, una pandemia, un crollo economico di proporzioni mondiali, diversi leader sono nati e molti altri sono spariti, eppure la sintesi del livello del dibattito pubblico sembra essere sempre la stessa: dal vaffanculo al fate cagare.

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