In seguito a una serie di indagini interne e a un rapporto di uno studio legale indipendente è emerso che i vertici della Banca Mondiale avrebbero fatto pressioni sul personale che stila le classifiche del rapporto annuale “Doing Business” per migliorare la posizione della Cina nel 2018. Il 16 settembre scorso, la Banca ha preso la decisone di cessare la pubblicazione del rapporto che da vent’anni usciva con cadenza annuale. L’opinione di Pennisi

Un editoriale di The Economist chiede a gran voce le dimissioni (o la rimozione) di Kristalina Georgieva dal vertice (managing director) del Fondo monetario internazionale. Altre testate internazionali si sono aggiunte al settimanale britannico. In Italia, mi sembra se ne sia accorto unicamente un numero limitato di testate: solo commento di peso quello di Giampaolo Galli sull’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica.

Cerchiamo di capire cosa è successo (quali sono i fatti) prima di dare un’opinione. Ho lavorato per oltre quindici anni alla Banca Mondiale dal 1968 (avevo 26 anni ed ero entrato per concorso a sette posti) al 1986, facendo una buona carriera e collaborando spesso con i “cugini” del Fondo, con cui, per alcuni anni, abbiamo condiviso lo stesso stabile.

In breve, in seguito a una serie di indagini interne e a un rapporto di uno studio legale indipendente è emerso che i vertici della Banca Mondiale avrebbero fatto pressioni sul personale che stila le classifiche del rapporto annuale “Doing Business” per migliorare la posizione della Cina nel 2018. Pressioni analoghe, ma senza il coinvolgimento dei vertici della Banca, sarebbero state esercitate nel 2020 da alcuni altri Paesi (Arabia Saudita, Emirati e Azerbaijan). Il 16 settembre scorso, la Banca ha preso la decisone di cessare la pubblicazione del rapporto che da vent’anni usciva con cadenza annuale.

Galli afferma correttamente che: “Forse la Banca ha fatto bene a cessare la pubblicazione per salvare la propria reputazione. Ma questa decisone priva la comunità internazionale di uno strumento molto prezioso per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche di quasi tutti i paesi del mondo. Esistono altre graduatorie, fatte da altre istituzioni, ma questa era particolarmente utile perché interamente basata su dati oggettivi e non sui sondaggi. Anche per questo motivo, veniva utilizzata in quasi tutti ratings finanziari sul rischio Paese”. Galli nota che “sembrano contenti anche alcuni intellettuali europei che pensano che la Banca Mondiale sia un covo di liberisti e che le politiche per rendere meno difficile fare impresa comportino di comprimere i diritti. Nulla di più sbagliato dal momento che i Paesi nordici, quelli con la pressione fiscale più alta al mondo e il welfare più sviluppato, stanno tutti nelle prime posizioni”.

Lo scandalo solleva comunque un problema: la qualità dei controlli interni alla Banca Mondiale e probabilmente anche al Fondo Monetario e la capacità delle due istituzioni a rispondere a pressioni di governi. È finita l’età dell’innocenza.

Nei miei anni alla Banca Mondiale – sino al 1995 ho anche fatto alcune consulenze e nel 2003-04 ne feci una per la Banca interamericana di sviluppo – le due istituzioni erano molto robuste. Avevo modo di raffrontarle con la Banca Asiatica di Sviluppo e con il Fondo Europeo di Sviluppo – due istituzioni con cui co-finanziavo progetti d’investimento – nonché con la Banca Africana di Sviluppo – dato che venni incaricato a presiedere un’équipe per la sua riorganizzazione.

Organizzazioni “mondialistiche”, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, avevano la forza per rispondere a pressioni particolaristiche dei singoli Stati membri (grandi e piccoli che fossero). Non che non si commettessero errori: a livello dei progetti i più frequenti riguardavano cronoprogrammi di attuazione eccessivamente ottimistiche, a livello macro-economico giudizi anche essi troppo ottimistici della capacità dei governi a realizzare riforme a cui si erano impegnati. Ma erano errori della Banca e del Fondo e dei loro staff, non causati da interferenze esterne di Stati membri.

Da allora, molte cose sono cambiate. Da un lato, il peso di Paesi “arroganti” come la Cina, che hanno preteso ed ottenuto posizioni molto elevate nelle due istituzioni. Da un altro, la sciagurata decisione della Banca Mondiale di sostituire gradualmente contratti “di carriera” a tempo indeterminato con contratti a termine e rapporti di consulenza, molto più suscettibili ad ascoltare “la voce del padrone”, prima della loro coscienza professionale.
Cosa fare? Da anni la Banca Mondiale ha un panel di esperti esterni (tutti nomi di alto livello e non dipendenti dall’istituto e a cui vengono solo rimborsate le spese) per monitorare a campione l’attuazione di progetti. Si potrebbe pensare a due panel analoghi per Banca e Fondo mirati a monitorare la correttezza professionale e scientifica dei principali documenti.

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