Il miracolo italiano è a portata di mano, ma l’opportunità non durerà a lungo. Se la cogliamo, scrive Martin Sandbu sul Financial Times, possiamo recuperare un ventennio di inerzia. Se la perdiamo, potrebbe rivelarsi l’ultima occasione di sfuggire al declino

L’economia europea va a gonfie vele, scrive l’esperto economista Martin Sandbu sul Financial Times. I dati sono ottimi e il ritmo serrato di vaccinazioni sosterrà la ripresa, guidata e sospinta dai ventisette Piani nazionali di ripresa e resilienza, a loro volta sostenuti da un finanziamento paneuropeo senza precedenti nella storia dell’Unione.

Proprio i Pnrr sono la chiave di volta della vicenda. Sandbu ne spiega il successo così: concentrano gli investimenti sulle aree giuste (decarbonizzazione, infrastrutture fisiche e digitali), sono dotati di obiettivi ben definiti che devono essere raggiunti affinché i fondi europei si materializzino, e quegli obiettivi “includono riforme strutturali a lungo raccomandate” che la Commissione ora può incoraggiare “sventolando una carota sufficientemente grande”.

Se il discorso sembra particolarmente attinente all’Italia, destinataria della somma più ingente di fondi europei tra i Ventisette, è perché lo è. Anzi, continua l’economista, il Pnrr italiano è di gran lunga il più importante di tutti. Il fatto che Roma riesca o meno a usarlo per lasciarsi definitivamente alle spalle un ventennio di crescita stagnante è la questione centrale del futuro dell’Ue.

La performance italiana stabilirà “se il mercato unico può funzionare per tutte le parti d’Europa. Darà forma agli atteggiamenti nei confronti dell’euro se o quando torneranno i dubbi esistenziali – temporaneamente fugati – sulla moneta unica. Soprattutto, ciò che l’Italia fa dei fondi di recupero europei è fondamentale” riguardo al giudizio finale su di essi, “e quindi per la prospettiva di un ruolo permanentemente rafforzato per l’indebitamento e la spesa a livello Ue”.

Da lì Sandbu rivolge la sua attenzione all’ultimo rapporto Ocse sull’Italia. L’economia italiana potrebbe crescere del 6% entro il 2030 grazie al colpo di reni del Pnrr, ma si tratta di un’eccezione: normalmente, infatti, l’economia italiana investe molto meno rispetto alla maggior parte dei Ventisette.

Mentre il comparto manifatturiero – che riceve la quota maggiore di investimenti – aveva quasi raggiunto la media Ocse prima del 2020 (superando in termini relativi Germania, Usa e Francia), quello dei servizi se la passa male da anni, tra calo di investimenti e indici di produttività “tetri” (FT dixit).

I peccati italiani sono arcinoti e relativamente semplici da emendare, continua l’economista sulla scia del rapporto Ocse: “burocrazia scadente, insolvenza, processi giudiziari, mancanza di investimenti, forza lavoro poco istruita, digitalizzazione insufficiente, scarsa allocazione di capitale da parte delle banche, cuneo fiscale alto”.

Nulla di tutto questo ha a che fare con l’euro, rimarca Sandbu. “Tutto questo può essere risolto – le sfide di politica tecnica sono perfettamente superabili. Se vengono sistemate, la ricompensa economica sarà alta”. Quello che è sempre stato d’intralcio è la politica, scrive, ma oggi l’Italia dispone di un governo che sa cosa fare e sembra determinato a farlo, fondi per lastricare la strada delle riforme, e un premier, Mario Draghi, che riscuote un immenso successo.

Il miracolo della crescita italiana è a portata di mano e l’Italia ha le migliori possibilità di sempre per farcela, conclude l’economista. Tuttavia “una possibilità non è una garanzia, naturalmente, e l’opportunità non durerà a lungo. Se la coglie, l’Italia potrebbe recuperare gran parte dell’ultimo ventennio di stagnazione. Se la perde, potrebbe rivelarsi l’ultima opportunità per scrollarsi di dosso il declino permanente. Sia per l’Italia che per l’Europa la posta in gioco non potrebbe essere più alta”.

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