Rimpasto di governo per Boris Johnson. Raab, impallinato sull’Afghanistan, va alla Giustizia. Al Foreign Office tocca a un astro nascente del Partito conservatore. Ora metà dei ministeri più importanti è guidato da donne

“The lady’s for turning”. Così, parafrasando il celebre motto di Margaret Thatcher, il Times di Londra raccontava Elizabeth Mary Truss, detta Liz, nuovo ministro degli Esteri del governo britannico di Boris Johnson, nel 2012.

Allora era un astro nascente nel Partito conservatore di David Cameron, fondatrice di un influente gruppo di backbencher a favore del libero mercato. Ma trent’anni prima sfilava per le strade della Scozia assieme alla madre contro l’allora primo ministro britannico, al fianco della Campagna per il disarmo nucleare, organizzazione il cui simbolo è diventato quello della pace.

Figlia di un professore di matematica di un’infermiera, Truss è passata dalla sinistra del Labour ai Liberal-democratici, di cui è stata presidente della rappresentanza all’Università di Oxford e membro del comitato esecutivo nazionale dell’organizzazione, fino al Partito conservatore, a cui si è iscritta nel 1996.

Nel 2010, dopo due elezioni perse, è arrivata alla Camera dei Comuni, inserita nella cosiddetta “A List”, l’elenco dei fedelissimi del nuovo primo ministro Cameron. Da allora ha sempre difeso il suo seggio per South West Norfolk, un feudo tory.

Nel 2012 è entrata nel governo. Prima da ministro junior. Poi da secretary, l’equivalente anglosassone dell’italiano ministro. Ambiente, Giustizia, Tesoro, infine Commercio internazionale prima di prendere oggi, a 46 anni, il posto agli Esteri di Dominic Raab, impallinato sull’Afghanistan dai falchi tory guidati dal potente Tom Tugendhat, presidente della commissione Esteri della Camera dei Comuni. Il fedelissimo è stato “traslocato”, da ex avvocato, alla Giustizia: cacciarlo dall’esecutivo sarebbe stato troppo, avrà pensato Johnson.

Nel 2019 il suo passo indietro dalla candidatura alla successione di Theresa May è stato premiato dal nuovo leader conservatore e primo ministro, Boris Johnson, con il dicastero del Commercio internazionale, da cui ha coordinato i lavori per il primo accordo commerciale di libero scambio post Brexit, quello con il Giappone. Successivamente le sono state assegnate anche le deleghe a Donne e uguaglianze.

Le conserverà anche al Foreign Office, dove si presenta in uno dei tre incarichi più importanti dell’esecutivo come la seconda donna, dopo Margaret Beckett ai tempi di Tony Blair. Come sottolinea la BBC, con lei ora metà dei ministeri più importanti è guidata da donne.

Oltre al trasloco Raab, il rimpasto di governo visto l’uscita di scena del ministro dell’Educazione Gavin Williamson (al suo posto Nadhim Zahawi), di quello della Giustizia Robert Buckland e di quello dell’Edilizia pubblica Robert Jenrick (al suo posto il fratello-coltello di Johnson, Michael Gove, la “mente” della campagna per la Brexit). Cacciata anche Amanda Milling, copresidente del Partito conservatore, sostituta da Oliver Dowden, al cui posto alla Cultura arriva Nadine Dorries. Rimangono al loro posto il ministro dell’Interno Priti Patel, il capogruppo Mark Spencer e soprattutto il cancelliere Rishi Sunak.

Forse perché Johnson ritiene sia meglio tenerselo vicino, visto che potrebbe rappresentare la più grossa minaccia alla sua leadership e premiership. Ma attenzione: non è l’unico. Truss ha già rinunciato a correre una volta.

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