Intervista al managing director di MBDA Italia, Lorenzo Mariani, tra difesa missilistica e nuove minacce ipersoniche. Nel dibattito sulla difesa europea “possiamo essere un esempio”. Tra Tempest e Fcas “la convergenza sarà una necessità”. Un Comitato a Palazzo Chigi per l’export militare? “Ciò che conta è che le decisioni abbiano garanzia politica”

“L’ambizione politica sulla Difesa europea è tornata a essere elevata”, tanto da attendersi nei prossimi mesi “ulteriori passi in avanti”. Eppure, “ci sono ancora ostacoli da superare”, a partire dai nazionalismi sui budget militari. È l’analisi sul dibattito (divenuto mainstream) della Difesa comune targata Lorenzo Mariani, managing director di MBDA Italia, executive group director “sales & business development” di MBDA. Lo abbiamo incontrato nella sede romana dell’azienda, la quale accoglie più della metà degli oltre 1.500 dipendenti impegnati in Italia, uno dei quattro Paesi domestici su cui si sviluppa la joint venture tra Airbus, BAE Systems (con il 37,5% di azioni ciascuna) e Leonardo (25%). L’intervista arriva nei giorni di grande fermento per la Difesa europea, complice l’epilogo drammatico della missione in Afghanistan e l’evidenza per il Vecchio continente di assumersi maggiori responsabilità sulla scena internazionale. A fronte di qualche difficoltà a livello politico, a livello industriale il tema è già concreto e, come notato dall’ad di Leonardo Alessandro Profumo, ha in MBDA una delle sue manifestazioni più evidenti.

Ingegner Mariani, come osservate da MBDA il dibattito in corso sulla Difesa europea? C’è chi vi considera un esempio del processo da seguire…

Siamo una società interamente e intrinsecamente europea. Abbiamo cuore europeo come azionisti e come presenza in Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, che considero geograficamente come Europa. Ovviamente per noi il tema è particolarmente importante. Percepiamo un’elevata ambizione politica, tra la forza di proiezione rapida e l’idea di una difesa comune che parta da investimenti in comune per superare i nazionalismi dei budget. Credo che nei prossimi mesi assisteremo a una spinta forte verso la Difesa europea. Mi aspetto ulteriori passi in avanti, ma ci sono ancora ostacoli da superare.

In che modo MBDA può essere considerata un esempio?

Oltre la natura eminentemente europea, abbiamo un altro fattore rilevante: l’integrazione. Siamo integrati come organizzazione che da sempre vive di programmi di collaborazione multi-nazionali, oltre che di fortissima componente di esportazione sui mercati extra-domestici. Basti ricordare che siamo nati nel 2001 su programmi come Aster, Scalp e Meteor, il quale era addirittura a sei nazioni. Ciò rende MBDA un attore importante e anche un buon esempio. Noi abbiamo già superato, almeno in parte, uno degli ostacoli principali: quello legato ai budget nazionali. Non va dimenticato che al di là di particolarismi talvolta presenti, questi budget rappresentano vincoli importanti poiché naturalmente sono sempre collegati alla sicurezza e alla sovranità di ogni singolo Stato.

A proposito di budget, sono partiti da un paio di mesi i primi bandi del nuovo fondo europeo Edf. Nel complesso si tratta di 7,9 miliardi di euro per sette anni. Saranno assegnati nella formula del co-finanziamento, ma è abbastanza per far segnare un salto di qualità alla Difesa comune?

Se guardiamo i numeri assoluti, probabilmente non è abbastanza. È però un primo passo importante, che può essere integrato con ulteriori iniziative. L’elemento rilevante è che sarà un fattore aggregante, mettendo sul piatto risorse a cui i singoli Stati devono aggiungere una contropartita. Si affronta così il tema dei budget nazionali e, soprattutto, si favorisce l’aggregazione su programmi di collaborazione. Per noi la collaborazione è un mantra. Nella maggior parte dei casi, al di là di qualche fuga in avanti che c’è stata in passato, nessuna nazione è in grado da sola di realizzare un programma missilistico nella sua interezza. In ogni caso, tutto questo schema può non essere sufficiente se ci si limita a guardare i 7,9 miliardi, ma senza dubbio è un passo nella direzione giusta.

Tra i primi bandi dell’Edf ce n’è uno per lo sviluppo (concept phase) di un intercettore endo-atmosferico per la difesa aerea e missilistica. Si lega al noto programma Pesco “Twister”, nell’ambito di un sistema di sorveglianza dallo Spazio per allerta e intercettazione delle minacce dal cielo. Quali sono gli obiettivi di MBDA?

Per noi è un programma-chiave. Ci aspettiamo di poter presentare una proposta entro la fine dell’anno che sia propedeutica, nel 2022, quantomeno all’avvio di una fase di assessment e di sviluppo iniziale. Il requisito è estremamente ambizioso e riguarda tecnologie fortemente innovative, a partire dalla minaccia ipersonica. Credo sia un programma di grande rilievo anche perché, di fatto, stiamo discutendo di una parte del futuro dell’Aster, un missile che ha avuto un successo enorme, in particolare nel settore navale, e che vedo con vita operativa ben estesa all’interno degli anni 2030. Eppure dieci anni non sono poi così tanti per sviluppare qualcosa che faccia quello che oggi fa l’Aster più tante altre cose e che contrasti minacce già presenti e altre più evolute, talvolta ancora da immaginare.

Oltre i confini dell’Ue ci sono il Tempest e il Fcas, i due progetti per ora alternativi sul velivolo di sesta generazione. MBDA è coinvolta in entrambi. Anche lei ritiene che prima o poi convergeranno?

Credo che la convergenza sia una necessità e una logica deduzione. Non è facile per l’Europa (Regno Unito compreso) immaginare di portare a termine due programmi alternativi in un tempo non lunghissimo di dieci/quindici anni, non tanti per un sistema di questo tipo. Ritengo che alla fine i progetti confluiranno in uno solo, con modalità che potranno assumere diverse forme. Tuttavia, non credo che ciò avverrà nel prossimo futuro. Non nei prossimi due o tre anni.

E MBDA come lavora sui due progetti?

Ad oggi stiamo cercando di portare avanti un elemento di comunalità. Lavoriamo perché la parte effector, che continuerà a esserci seppur con integrazione sistemistica molto più spinta rispetto alla quarta e quinta generazione, abbia quanta più comunalità possibile tra i due tipi di sistemi attualmente in fase di concezione. Da una parte, discutiamo con il cliente italiano e inglese sull’effector per il Tempest. Dall’altra, con la logica del “Chinese wall”, discutiamo la stessa cosa con il cliente francese, tedesco e spagnolo. Cerchiamo di mettere in comune le tecnologie e vediamo se sarà possibile fare qualcosa di più.

Il Tempest è entrato nel Documento programmatico pluriennale 2021-2023 pubblicato a inizio agosto dalla nostra Difesa. Ci sono diverse novità missilistiche. Quale è il suo giudizio sul documento?

Abbiamo accolto il Dpp con grandissimo favore e con soddisfazione, perché è evidente che c’è una riflessione verso un piano di rilancio della missilistica in Italia e, per lo più attraverso MBDA, anche a livello europeo. Sono coperti a mio avviso in maniera più che ragionevole i programmi su cui pensiamo di mantenere la nostra stabile e positiva permanenza sul mercato, quindi tutta la famiglia Fsaf e Aster, terrestre e navale, il Camm-ER e il nuovo Teseo, che già aveva sufficiente copertura. Si parla poi chiaramente del sistema di armamento e di effector nella parte Tempest e negli incrociatori di nuova generazione. Mi pare che tutto sia stato fatto riflettendo su come mantenere e sviluppare ulteriormente una capacità strategica per la difesa e sicurezza del Paese e dell’Europa.

Tra l’altro, poco prima del Dpp è stata rilasciata anche la prima direttiva ministeriale sulla politica industriale della Difesa. Tanti gli obiettivi, a partire dalla creazione di un vero “sistema Difesa”. Un documento ambizioso?

Sicuramente sì, ma di un’ambizione doverosa e positiva, in particolare nella promozione di un maggiore coordinamento tra l’industria (dalle Pmi ai grandi attori) e il decisore politico. Importante anche il richiamo preciso sull’export. Nonostante tutte le discussioni sugli accordi governo-governo, è evidente che dobbiamo ancora imparare qualcosa da altre nazioni (che spesso non ottengono risultati migliori dei nostri, proporzionali al maggiore sforzo che vi hanno impegnato), che hanno strutture più attrezzate per dare supporto alla loro industria. In definitiva, con la direttiva a mio avviso era giusto dare un livello d’ambizione alto e buttare il cuore oltre l’ostacolo. Chiaramente, al di là del documento, adesso dobbiamo sederci al tavolo e capire bene le azioni specifiche da intraprendere su ciascuno di quei tre capitoli fondamentali.

Ha citato l’export, un tema su cui si è infiammato il dibattito nella prima parte d’estate, complici le difficoltà registrate con gli Emirati Arabi per il blocco alle esportazioni. Tra le ipotesi in campo per migliorare il supporto pubblico c’è lo spostamento della competenza sulle autorizzazioni a palazzo Chigi, magari nell’ambito di un comitato interministeriale. Che ne pensa?

Non sono abituato a giudicare le organizzazioni altrui, in particolare quando si tratta di apparati dello Stato. Posso dire che la questione dell’export di materiale d’armamento è una questione politica, non solo economica. Una questione che ha risvolti di politica estera. Basta guardare a come altre nazioni, oggi come trent’anni fa, usano l’export di armamenti come strumento di politica estera ed economica. Nulla da eccepire a che in Italia se ne occupi come ha fatto fino ad oggi l’Uama (l’ufficio della Farnesina, ndr). Può essere la sede deputata, ma deve essere garantita dal punto di vista politico. Se la garanzia politica non è assicurata finché la questione è gestita al ministero degli Esteri, allora ben venga il comitato alla presidenza del Consiglio. Ma non sono sicuro che di per sé risolva il problema.

Presentando i numeri del 2020, lei ha notato come, nonostante la pandemia, sia stato un anno “positivo su tutti i parametri”. Come procede il 2021?

Con moderato ottimismo posso dire che sta andando discretamente bene. Dal punto di vista del mercato, come componente italiana, abbiamo consuntivato ad agosto quattro volte gli ordini che avevamo nel 2020, che non era stato affatto un cattivo anno nonostante il Covid-19. I parametri sono tutti in ordine. È stato un buon semestre. Anche come “grande MBDA” abbiamo chiuso un semestre particolarmente favorevole, che ha visto consuntivare in sei mesi quasi la stessa quantità di ordini consuntivati a tutto il 2020. Devo dire che i mercati export sono stati reattivi ed hanno risposto in maniera coerente; così come tutte le nazioni, Italia compresa, sono state di supporto a una certa accelerazione di attività.

Come procedono gli sviluppi che coinvolgono maggiormente la componente italiana?

I grossi sviluppi che abbiamo in questo momento in MBDA Italia sono tre. Il Camm-ER (per il sistema di difesa terra-aria a medio raggio di nuova generazione, ndr), progetto condiviso con il Regno Unito, procede bene; abbiamo già fatto alcuni lanci di qualifica, anche se il lancio finale per qualificare il sistema è atteso nel 2022. Stiamo tra l’altro lavorando già alle attività di initial production per le Forze armate italiane; la produzione inizierà di fatto il prossimo anno. Il secondo sviluppo riguarda il Marte-ER (missile anti-nave, ndr), nato per l’export, visto che i primi a darci fiducia sono stati i clienti mediorientali. Abbiamo fatto più di un lancio di parte della qualifica e ci aspettiamo le prime consegne nel primo semestre dell’anno prossimo.

E il terzo sviluppo?

Il nuovo Teseo. Con la firma del contratto a fine 2020 e l’entrata in vigore a gennaio 2021 abbiamo avviato di gran carriera lo sviluppo del Teseo Mk2/E, che rappresenta veramente un passo in avanti nella famiglia dell’anti-nave, con capacità avanzate che la Marina ha voluto inserire nello sviluppo. Anche qui il Dpp parla chiaro: è già finanziata anche la parte di produzione. Procediamo dunque sereni, ma non rilassati.

Secondo gli esperti, tra gli elementi che più cambieranno gli equilibri del confronto globale in campo militare c’è la missilistica ipersonica. È così? Come ci si difende da minacce tanto sofisticate?

L’ipersonico è sicuramente la sfida del futuro, ma rischia però di essere anche la sfida del presente. A livello di attacco è una capacità che alcune nazioni già hanno. Ci sono stati investimenti in Cina e Stati Uniti grandi quanto un budget della difesa missilistica in Italia. La mia opinione è che si tratta di un terreno su cui è l’Europa a dover dare una risposta. Il Twister nasce come programma europeo, ma in questo schema non c’è il Regno Unito. L’ho già detto e lo ripeto: per sfide di questo livello il contributo e il know-how che i britannici possono offrire integrando quello di Francia, Italia e Germania è fondamentale. Non ne dobbiamo fare a meno. Anche perché esiste un problema di time-to-market, non in termini economici, ma di contrasto alla minaccia.

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