Non è protezionismo come qualcuno potrebbe pensare, ma è tutela di prodotti che generano valore economico, portano investimenti, creano posti di lavoro, innovazione, e mettono l’Italia al centro del mondo

Noi italiani dobbiamo difendere i nostri prodotti dagli attacchi commerciali di altri paesi o multinazionali che tentano in tutti i modi di copiare la qualità, la continua ricerca e innovazione e la tradizione di quanto le nostre aziende immettono nel mercato globale. Non dobbiamo tralasciare alcuna offensiva, non importa che riguardi i prodotti alimentari, del design, della moda, della farmaceutica o della meccanica. Non importa che provengano da Paesi amici della Ue o da regioni extra europee più o meno ostili. Non importa che siano multinazionali che investono e creano posti di lavoro nel nostro Paese (creano lavoro ma sottraggono valore). Tutto quello che le filiere italiane (anche globali) producono, e che più genericamente prende il nome di Made in Italy, genera ricchezza economica e sociale e va quindi tutelata in tutti i modi legali e nelle sedi possibili, anche a costo di rompere amicizie di vecchia data.

In un contesto di economia globale e di economia delle conoscenze, l’Italia non può che collocarsi tra i Paesi che investono in innovazione e nella qualità dei suoi prodotti che devono quindi essere originali, unici e inimitabili, il frutto cioè della creatività, dell’estro tecnico, e della tradizione. Non possiamo stare certamente tra quelli che creano valore attraverso il prezzo o la capacità commerciale di penetrare tanti mercati.

Questa scelta ci espone alle minacce commerciali di tutti quelli che ci inseguono: copiare, replicare, e vendere, puntando su modelli organizzativi, finanziari e commerciali diversi, che a volte si avvalgono dell’ambiguità, come nel caso dell’Italian Sounding, o addirittura di vere pratiche illegali, come nel caso della contraffazione.

Per questa ragione non possiamo lasciare che la Croazia ottenga dalla Ue la certificazione di Specialità tradizionale garantita (Stg) per il suo vino Prošek. È un vino dolce da dessert di lunga tradizione che merita il successo del mercato, ma che non deve e non potrebbe avvalersi della quasi omonimia per guadagnare quote di mercato (inventandosi anche la versione spumante, più simile al nostro Prosecco).

C’è tempo per intervenire ma va fatto subito e con consistenza. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale prevista nei prossimi giorni, la Commissione Ue apre un periodo di due mesi durante il quale sarà possibile presentare obiezioni in vista di una decisione ufficiale. Se gli argomenti che arriveranno dall’Italia non saranno sufficienti non resterà che ricorrere alla Corte di Giustizia europea la cui sentenza finale non sarà rapida. Nel frattempo i produttori di Prošek godranno dei vantaggi che deriveranno dall’omonimia.

Ad allarmarci non dovrebbe essere la furba ambiguità commerciale del Prošek che sfiorerà solamente la forza del Prosecco nazionale. A preoccuparci dovrebbe essere il precedente a cui la Ue darebbe vita. È paradossale e quanto meno contraddittorio che la Commissione europea promuova la protezione dell’origine dei prodotti e la tutela dei consumatori, ma poi incoraggia l’ambiguità delle pratiche di emulazione più o meno legali e la circuizione dei cittadini.

Molti Paesi fuori dalla Ue sono pronti ad innondare il mercato globale con copie dei nostri prodotti tipici. Il Brasile per esempio, ha la sua versione di prosecco che vuole esportare in tutto il mondo. Il così detto Italian Sounding è stato l’antipasto di una nuova guerra commerciale che si combatterà sui marchi, brevetti, e etichette, ma anche sulla sostenibilità e la qualità, salubrità e sicurezza degli ingredienti.

Imprese produttrici, associazioni di categoria, istituzioni, e soprattutto i rappresentanti dei cittadini, hanno il compito, fino ad oggi indigesto, di fare sistema, e cioè ci collaborare secondo una strategia comune (concreta e promettente la proposta di un tavolo al Mipaaf) il cui obiettivo è la tutela e la promozione del Made in Italy, che siano prodotti locali o industriali. I politici non si devono limitare a raccontare – ai media e agli elettori – cosa vorrebbero fare per difendere l’Italia, ma dovrebbero lavorare efficacemente per tutelare i nostri prodotti.

Italian Sounding, Prošek o aceto balsamico (il nuovo attacco dalla Slovenia) e Nutriscore sono battaglie diverse, più o meno grandi, che determineranno la vittoria o la sconfitta della più ampia guerra commerciale che caratterizza la fase storica attuale.

Non è protezionismo come qualcuno potrebbe pensare, ma è tutela di prodotti che generano valore economico, portano investimenti, creano posti di lavoro, innovazione, e mettono l’Italia al centro del mondo.

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