“Mi sorprende l’atteggiamento quasi rassegnato delle cancellerie occidentali ad avere rapporti con i talebani ora al potere: nessuno ha, fortunatamente, il coraggio di spingersi a riconoscerli, ma tutti sembrano dare ormai per scontata la necessità di avere relazioni con loro”. Il commento di Gianna Gancia, eurodeputata della Lega

A vent’anni esatti dalla strage delle Torri Gemelle, l’Occidente intero si trova a dover fare i conti quella che ritengo essere la più grande sconfitta nella sua storia recente.

Si terrà nei prossimi giorni, anche se inizialmente era fissata per l’11 settembre, la cerimonia di insediamento del nuovo governo talebano, il quale conta tra le sue file individui del calibro di Mohamed Hassan Akhund, cui si deve la distruzione dei monumentali Buddha di Bamyan nel 2001, e di Sirajudin Haqqani, capo dell’omonima rete terroristica e amico personale di Osama Bin Laden. Tutto questo non rappresenta solo l’ennesimo schiaffo a una comunità internazionale che ispira la propria azione al rispetto dei diritti fondamentali, ma mette anche l’Occidente di fronte a una epocale scelta di campo, dalla quale, ritengo, dipenderà la sua autorevolezza futura.

Prima di arrivare alle ragioni per cui ritengo non solo moralmente doveroso, ma anche giuridicamente valido continuare a sostenere il governo di Amrullah Saleh, che resiste eroicamente nel Panjshir, permettetemi una piccola riflessione sull’atteggiamento altalenante tenuto in particolare dagli Stati Uniti nei confronti del processo di nation building afghano.

Innanzitutto, sono sinceramente stupita del fatto che all’interno della compagine occidentale qualcuno credesse veramente che i talebani avrebbero tenuto fede alla loro promessa di inserire nel nuovo governo donne ed esponenti delle minoranze. D’altronde, dal loro punto di vista, non avrebbero avuto ragione per farlo: l’esercito americano e la Nato si sono ritirati precipitosamente, confidando nelle capacità militari di un esercito nazionale che si è dissolto in pochi giorni, e lasciandosi inoltre alle spalle armamenti e munizioni per centinaia di milioni di dollari. Inoltre, con gli accordi di Doha del 2019 gli Stati Uniti avevano sostanzialmente già accettato di consegnare il paese ai talebani. In più, il presidente Joe Biden, nei suoi Remarks on Afghanistan del 16 agosto, aveva già sottolineato chiaramente che il Paese non era più considerabile come una priorità nell’agenda statunitense, essendo una “yesterday threat”. Alla luce di ciò, cos’avrebbero da temere i talebani, venendo meno a una promessa fatta a uno Stato, gli Usa, che è risultato sconfitto a tutti gli effetti?

Mi colpisce inoltre il passaggio dalla fiducia idealistica nel processo di nation building democratico dello Stato afghano, che per più o meno vent’anni ha caratterizzato l’atteggiamento degli Usa e della Nato, a una sorta di superficiale pragmatismo, manifestatosi da quando i talebani hanno riconquistato la capitale ad agosto, per cui sostanzialmente quel che è fatto è fatto, tanto vale dialogare con chi comanda ora. Per avere un’idea di questo sorprendente revirement, basti pensare ad un esempio.

L’idea alla base della strategia di contro-insurrezione adottata dall’esercito sia americano sia Nato era la necessità di conquistare “i cuori e le menti” della popolazione locale. Si riteneva in sostanza che, se fossero state create le condizioni socio-economiche necessarie a incoraggiare lo sviluppo del Paese, la popolazione avrebbe finito per ritirare sempre più il suo appoggio ai terroristi e avrebbe sostenuto il governo afghano legittimo, alleato dell’Occidente. Questo proposito, senza dubbio lodevole, in realtà negli anni è stato attuato con una certa superficialità, complice anche l’idea radicata nell’establishment americano della possibilità di “esportare” la democrazia. Eppure, proprio questa credenza è stata sostanzialmente negata dal presidente Biden il quale, sempre nel suo discorso del 16 agosto, ha affermato che gli Stati Uniti non hanno mai avuto l’intenzione di avviare un processo di nation building in Afghanistan.

Ma veniamo ora ai motivi per cui penso che sia necessario continuare a sostenere la resistenza del presidente Saleh.

È vero che tecnicamente, un governo è considerato tale dal diritto internazionale quando è in grado di controllare ed esercitare il proprio potere sul territorio dello Stato, o come si dice in gergo, è dotato di effettività territoriale. Ma ricordiamoci anche di un passaggio di importanza non secondaria. Ai sensi degli articoli 60 e seguenti della Costituzione della Repubblica afghana, ancora in vigore, il legittimo presidente (ad interim, dopo la fuga di Ashraf Ghani) è Saleh. Mi sorprende quindi l’atteggiamento quasi rassegnato delle cancellerie occidentali ad avere rapporti con i talebani ora al potere: nessuno ha, fortunatamente, il coraggio di spingersi a riconoscerli, ma tutti sembrano dare ormai per scontata la necessità di avere relazioni con loro.

Durante il secondo conflitto mondiale, gli Alleati diedero il proprio sostegno senza riserve ai rappresentanti dei governi dei paesi invasi dall’esercito tedesco, come la Polonia, l’Olanda, la Francia, anche se tali governi erano stati costretti a riparare in esilio e, di conseguenza, non potevano in alcun modo esercitare il controllo sul loro territorio. Il Regno Unito giustificò questa decisione adducendo l’evidente violazione delle fondamentali norme di diritto internazionale da parte della Germania hitleriana.

Ora, in questo caso, la questione è più semplice, perché il governo repubblicano è ancora presente nel Paese, nonostante i talebani sostengano (falsamente) di aver debellato le sacche di resistenza nel Panjshir. In più, bisogna ricordare che la sistematica violazione da parte dei talebani delle norme sui diritti umani fondamentali, in particolare delle donne e delle minoranze, è un ulteriore motivo ostativo alla costruzione di relazioni stabili con il governo attualmente al potere. Poco cambia che i talebani non si ritengano soggetti a norme di diritto internazionale concepite dai cosiddetti “infedeli”: se il nuovo Afghanistan talebano si ritirasse domani da tutte le convenzioni Onu a tutela dei diritti umani, rimarrebbe comunque soggetto a quei principi generali consuetudinari che tutti gli Stati devono rispettare, come per esempio il divieto di genocidio, schiavitù, o segregazione razziale. La comunità internazionale non deve dimenticare questo principio, indipendentemente da ogni considerazione di realpolitik o interesse nazionale.

L’Occidente ha commesso numerosi e clamorosi errori nella gestione della vicenda afghana, e ha finito per lasciare sola quella popolazione civile locale che aveva promesso di proteggere. Tuttavia, ha ancora l’opportunità di riscattarsi, sostenendo il governo Saleh non solo con dichiarazioni di principio, ma erogando rifornimenti, offrendo know-how, contribuendo alla costruzione o al rafforzamento di infrastrutture, e continuando a considerarlo come l’unico legittimo rappresentante dello Stato afghano.

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