L’Italia alla prova più difficile: quella della transizione. La sfida della Fondazione Guido Carli e della sua presidente, Romana Liuzzo. Il 3 dicembre la Convention per ragionare di innovazione, energia, stili di vita destinati a mutare

Lo chiamano l’interregno. Il tempo sospeso che stiamo vivendo – tra il dolore che lentamente ci lasciamo alle spalle e la costruzione del mondo nuovo alla quale siamo chiamati – è il più difficile e insidioso mai vissuto dalle nostre generazioni. Qualcosa di molto simile, fatte le debite differenze, lo hanno attraversato e superato i nostri padri e i nostri nonni nel Dopoguerra. Tuttavia, senza nulla togliere alla drammaticità dei due anni trascorsi, forse il confronto più appropriato per andrebbe fatto con gli anni Sessanta del secolo scorso. Perché mai come allora ci si lasciava alle spalle una fase difficile, certo, ma per aprire una pagina all’insegna di un cambiamento epocale e complessivo. Non solo sul piano economico e culturale: si sono scritti allora nuovi capitoli che hanno segnato un modo di essere e di pensare, perfino gli stili di vita.

Un vero cambio di passo. Un mutamento globale che tuttavia andrà accompagnato, in qualche modo letto e interpretato. Passo dopo passo. È il proposito ambizioso che ancora una volta si intesta la Fondazione Guido Carli. Questa volta con una Convention in programma il prossimo 3 dicembre dal titolo “Il mondo Nuovo – L’Italia alla prova più difficile: la grande transizione. Innovazione, energia, ambiente, stili di vita. Così le sfide del presente decideranno il nostro futuro”. Sarà l’occasione per ragionare con il meglio dell’imprenditoria e del mondo manageriale e finanziario italiano sulla ripartenza. Di quella già cominciata e di quella che l’Italia ma ancor più l’Europa dovranno intestarsi. In ogni campo. È il tempo della scelta e nessuno meglio di chi è abituato a scegliere e a decidere ogni giorno per il bene della propria azienda, della propria famiglia, può aiutarci a fare chiarezza. Non possiamo permetterci di sbagliare. Dalle nostre scelte dipenderanno i destini del Paese e dell’intero continente. Ma soprattutto quelli dei nostri figli e delle loro generazioni. È una responsabilità enorme. Da far tremare i polsi.
Ma è una sfida che dobbiamo intestarci. Tutti. Soprattutto, dobbiamo farlo tutti insieme.

Ripartire vuol dire pensare a un nuovo assetto del nostro mondo. A nuovi equilibri. Lo Tsunami del Covid ha travolto un pianeta disattento e malcurato, per certi versi trascurato. Incurante per esempio degli assetti energetici, che invece dovranno inevitabilmente mutare nel futuro immediato. Fonti rinnovabili, energia green, smaltimento realmente differenziato dovranno essere le pietre miliari del pianeta post-coronavirus.

Va detto che la ripresa economica ancora tarda a decollare. Il virus ha una responsabilità smisurata nell’aver ostacolato e congelato il risanamento che l’Italia stava vivendo negli ultimi dieci anni e fino al 2019. Il fatto è che il Paese è gravato da problemi che sono in buona parte congeniti e il Covid non ha fatto altro che peggiorare lo stato di salute già instabile. La carenza di investimenti e la incapacità di sfruttare quelli esistenti preesistono alla tragedia che ci ha segnato. Il lavoro giovanile e quello femminile con tassi da Terzo Mondo anziché europei sono un’altra zavorra tutta made in Italy. L’innovazione ferma al palo costituisce un altro handicap. Insomma, c’è tanto da lavorare. Il premier Mario Draghi sta dando al Paese la scossa necessaria. E continuerà a farlo trascinando una politica che è apparsa stanca e, appunto, al traino. Non pienamente in grado di governare la ripartenza. E la ripartenza sarà proprio l’argomento al centro della Convention cui parteciperanno oltre ai vertici delle grandi multinazionali dell’energia, il gotha dell’imprenditoria, dell’editoria, delle Banche ma non solo.

Per tornare al presente, l’elezione del Capo dello Stato a febbraio (siamo in pieno semestre bianco, con tutte le incognite connesse) potrebbe interrompere il cammino proficuo avviato. Solo la buona politica – quella indicata dal presidente Sergio Mattarella in questi anni difficili – potrà contribuire a ricostruire un equilibrio che consenta di uscire dall’imbuto istituzionale. L’Italia ha bisogno, ora più che mai, di stabilità.

Prima della scadenza decisiva di inizio 2022 però la politica avrà il compito di condurci fuori dal grande equivoco di questi mesi. Introdurre o no l’obbligo vaccinale? Perché anche da questo snodo dipenderà la ripresa. Gli Stati Uniti si preparano a farlo, il presidente Biden ha annunciato di voler andare in quella direzione, pur di convincere i 100 milioni di americani ancora titubanti. L’Italia ha un mese di tempo per giungere alla scadenza di metà ottobre – quando avviene il mutamento stagionale – con il 90 per cento della popolazione protetto. Siamo all’80. Non basta. Il Green Pass si sta rivelando uno strumento straordinario. Con molta probabilità va esteso e preteso in tutti gli uffici e i luoghi di lavoro: quelli della pubblica amministrazione come in quelli privati.

Per una volta la limitazione della libertà personale avrà un significato e un valore salvifico. Sarà il prezzo, forse neanche carissimo, per riappropriarci del nostro futuro.

 

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