Quanto ha seminato l’Italia in Afghanistan rappresenta un patrimonio cui attingere anche in altre zone del mondo, come il Mediterraneo allargato. L’analisi di Armando Sanguini, Senior Advisor Ispi, già ambasciatore italiano in Tunisia e Arabia Saudita

 

Avrebbe dovuto essere il ventennale della liberazione del popolo afgano dall’oltranzismo talebano. Ma non avrebbe potuto esserlo, come non lo è stato, e l’11 settembre del 2021 si è invece trasformato nella celebrazione dei Talebani del loro grande ritorno e della liberazione dall’occupazione straniera.

Vent’anni sprecati? Non del tutto perché se oggi ci sono coraggiosissime donne che sfidano il fucile e la frusta è anche perché qualcosa di positivo si è seminato; se serpeggia un sia pur limitato opposizione al regime talebano anche al di là del Panjshir significa che qualche visione di libertà ha attecchito.

Non del tutto ma si è trattato di un ventennio in cui non si è saputo/voluto “leggere” l’anima profonda del popolo afgano anche nelle sue anche ruvide differenziazioni etniche, tribali e culturali e il rapporto malsano che si è andato affermando a tuti i livelli tra mondo afgano da un lato e forza occupante dall’altro, complice in primis la dilagante corruzione.

Un ventennio in cui si è andata affermando una scelta di disimpegno statunitense in omaggio, tra l’altro, alla crescente ostilità dell’opinione pubblica americana nei riguardi dei costi umani e materiali del tipo di esercizio della supremazia militante degli Stati Uniti a livello planetario. Disimpegno che l’Unione europea non ha voluto/saputo colmare.

La prima conferenza stampa del democratico presidente Joe Biden è stata in proposito illuminante: ha affermato il primario “interesse” americano (versione democratica dell’America first di Donald Trump) ad assegnare valore prioritario al contrasto al terrorismo integrato dal negato intendimento di aver voluto contribuire alla creazione di uno Stato-nazione imperniato sui valori occidentali di libertà e di rispetto dei diritti umani; ha evitato qualunque riferimento agli alleati del resto non coinvolti nell’accordo di Doha che si è rivelato il vero diario anticipato del ritiro americano e di una serie di concessioni, anche di rilievo, come la liberazione di ben 5.000 carcerati talebani e altro di cui non tutti gli alleati sono informati, che verosimilmente è stato al centro del colloquio segreto del 24 agosto, dunque in un momento a dir poco turbinoso e nella stessa Kabul, tra William Burns, direttore della Cia, e il leader talebano Abdul Ghani Baradar. Ciò che la dice lunga sull’approccio alquanto unilateralistico osservato degli Stati Uniti nel rapporto con i Talebani.

Di certo si è trattato di un ventennio il cui esito finale, marchiato dalle immagini che hanno fatto il giro del mondo, è risultato tanto più sconvolgente quanto più contrastante con le attese dell’opinione pubblica mondiale. Di certo ne è risultata quanto meno appannata l’immagine degli Stati Uniti (e dell’Occidente) su cui Cina e Russia, e non solo, hanno riversato fiumi di acido propagandistico.

Parlo di immagine e, di riflesso, di credibilità e dunque di un costo appare di difficile recupero, ma ciò non deve far sottovalutare il fatto, da ribadire, che gli Stati Uniti restano pur sempre la prima potenza mondiale in tutti i versanti. E lo resteranno ancora per parecchio tempo. Con buona pace delle cassandre sprecate.

Pur vero è che la manifestazione di unilateralismo statunitense ha intaccato anche il rapporto transatlantico, ridando ossigeno alle legittime quanto necessarie istanze e aspettative di un’Unione europea capace di una politica estera e di difesa all’altezza del suo potere economico, pur nella leale alleanza atlantica e transatlantica. Ed è positivo che si stia finalmente lavorando in tale direzione.

Nella stessa ottica occorre che tra le due sponde si definiscano i termini dei seguiti che si intendono riservare e gestire nel breve e medio periodo sul tema cruciale dei rapporti col governo talebano tenendo nel debito conto il più immediato intorno regionale sul quale il Pakistan sta cercando di assumere un ruolo di preminenza e sul quale stanno definendo le rispettive strategie la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran. Strategie nelle quali non mancano opportunità (infrastrutture, materie prime, terre rare, eccetera, il cui sfruttamento richiede peraltro tempi alquanto lunghi) ma anche importanti fattori di criticità principalmente legati alla sicurezza; ciò che sembra non preoccupare la Turchia che da sempre flirta con chiunque – compreso lo Stato Islamico e Al Qaeda – in nome di una bandiera pan-islamica che rischia di troppo multicolore per risultare vincente. Teheran sperava di specularci ma nel nuovo governo non si intravvedono ministri filo-iraniani e questo può essere significativo.

E l’Occidente? E l’Europa? E la stessa Italia? Sono domande alle quali oggigiorno sarebbe presuntuoso pensare di poter rispondere con certezza; soprattutto per il futuro a breve sul quale gravano incertezze profonde, pregiudizi di non poco conto, retoriche ipocrisie.

Domina l’incertezza, certo, accanto all’amarezza e all’irritazione per tanta incomprensibile miopia dimostrata in ben 20 anni. Ma c’è anche un patrimonio di coltura di valori che questa disastrosa conclusione non può e non deve far sottostimare nei suoi sviluppi futuri. Penso in particolare a quanto ha seminato l’Italia a Herat come altri Paesi altrove in Afghanistan perché questa coltura rappresenti un patrimonio cui attingere anche in altre zone del mondo che presentino aspetti simili o comunque vicini alla realtà afgana (dal tribalismo all’estremismo, dal sottosviluppo alla pressione migratoria). Mi riferisco in particolare al Mediterraneo allargato con epicentro il Sahel dove ci siamo andati inserendo in questi ultimi anni con una strategia politico-diplomatica e militare che merita di essere sviluppata e migliorata anche alla luce dell’esperienza afgana e che rappresenta per noi e per la stessa Europa una priorità complessiva.

Ebbene, stiamo rafforzando, finalmente, la nostra rete diplomatica, presidio ineludibile di una presenza politicamente e socialmente attiva e neutrale nel rispetto dei paesi interessati. Abbiamo aperto nuove ambasciate in Niger e Burkina Faso cui seguiranno, appena le condizioni politiche e di sicurezza lo consentiranno, come ha annunciato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, Mali e Ciad.

È stato istituito il Fondo Migrazioni da oltre 100 milioni di euro destinato all’assistenza ai rifugiati, ai rimpatri volontari, al controllo delle frontiere e alla lotta alle cause profonde delle migrazioni, e che integra l’azione della cooperazione allo sviluppo (circa 150 milioni) destinata a sostenere la crescita economica in tutta la regione.

L’Italia ha poi aderito alla Coalizione per il Sahel, volta a rafforzare il coordinamento tra le attività di numerosi partner internazionali a favore dei Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Niger, Mali, Burkina Faso e Ciad). E si è deciso di partecipare alle missioni europee di formazione, addestramento e sviluppo nell’area (EUTM e EUCAP) nel contrasto al terrorismo e nel controllo delle frontiere.

Voglio ricordare anche la Dichiarazione di Matera nel contesto G20 sulla sicurezza alimentare, la nutrizione e i sistemi alimentari rappresenta un “invito all’azione” per tutta la comunità internazionale nonché il prossimo evento Incontri con l’Africa, a Roma, dedicato alla transizione ecologica ed energetica nel quadro della co-presidenza italiana della Cop26.

Dulcis in fundo, la nomina dell’onorevole Emanuela Claudia Del Re a Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Sahel che forse rappresenta lo specchio più luminoso dell’impegno e ruolo che l’Italia sta assumendo in quella regione. Accanto e direi oltre alla Francia e alla stessa Germania. Ne ho scritto in un precedente articolo.

Resta il nodo Libia, intricato quanto ineludibile, i cui prossimi mesi saranno decisivi.

Tutto va a meraviglia quindi? No, affatto. Ci sono abbondanti margini su cui lavorare anche alla luce dell’esperienza afgana.

Esiste soprattutto l’occasione per fare di quest’area un’opzione di riscatto dal precipizio afgano e di riflessione operativa sulle motivazioni di tanto risentimento nei confronti di un certo Occidente.

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