Nella notte italiana sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) è scattato l’allarme fumo, per fortuna senza conseguenze. Coinvolto il modulo Zvezda, parte del segmento russo, già protagonista di lievi perdite d’ossigeno. Un paio di settimane fa era toccato al modulo Zarya. Che la Russia stia insistendo sulla vecchiaia della stazione per legittimare la sua uscita proprio mentre si discute del futuro dell’avamposto orbitante? La risposta di Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale

Fumo e odore di plastica bruciata sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), l’avamposto orbitante a 400 chilometri dalla superficie terrestre. L’allarme è scattato nella prima mattina italiana, intorno alle 4, quando un rilevatore di fumo è scattato nel modulo di servizio Zvezda, parte del segmento russo, mentre avveniva il cambio automatico della batteria. A comunicarlo è stata Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, che ha chiarito che “tutti i sistemi funzionano normalmente e che “l’equipaggio continua ad allenarsi normalmente per la passeggiata spaziale” prevista nel pomeriggio. Per evitare problemi è stato utilizzato un apposito filtro volto a “eliminare il possibile inquinamento da fumo”. Non è certo il primo segno di invecchiamento della stazione. Solo un paio di settimane fa sono state individuate “fessure superficiali” sul modulo Zarya, il più vecchio della stazione, lanciato nel 1998. A marzo piccole fessure erano state riscontrate proprio sul modulo Zvezda, già responsabili di perdita di ossigeno. Il tutto alimenta le domande sul futuro della stazione, per ora prevista in operatività per altri tre anni.

“Già lo scorso aprile, in risposta alle sanzioni americane dell’amministrazione Biden, Roscosmos aveva manifestato l’intenzione di lasciare la Iss dal 2025, poi ribadita a giugno nel presentare un piano per una nuova propria stazione spaziale”, ricorda Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno scelto di procedere verso il futuro commerciale dell’orbita bassa, chiamando a raccolta gli attori privati, così da aprire nuovi mercati e liberarsi di rilevanti spese pubbliche. La Nasa ha già incaricato la texana Axiom Space di agganciare i suoi primi due moduli (che saranno realizzati da Thales Alenia Space) all’attuale Iss, a partire dal 2024. Una volta che quest’ultima andrà fuori servizio, la stazione di Axiom si staccherà, diventando autonoma.

“L’attuale accordo per la Iss termina nel 2024 e i cinque partner principali degli Stati Uniti, cioè Russia, Canada, Giappone ed Esa, stanno in teoria lavorando a un’estensione almeno fino al 2028”, nota Spagnulo. Ora, aggiunge, “sebbene Roscosmos abbia pubblicamente affermato che l’invecchiamento della struttura sta mettendo a rischio i suoi cosmonauti, le prove a sostegno di ciò sono dubbie; è vero che si sono verificati malfunzionamenti nella parte russa della Iss, come una perdita di ossigeno nel settembre 2020, ma affermare che delle esigenze di manutenzione minaccino davvero i cosmonauti potrebbe essere una forzatura, dato che l’equipaggio è stato in grado di riparare e controllare la perdita e non è mai stato in serio pericolo”. In casi di questo tipo, “l’equipaggio si dirige poi proprio verso una capsula di salvataggio russa Soyuz”.

Che la Russia stia insistendo sulla vecchiaia della stazione per legittimare la sua uscita? “Gli Stati Uniti dipendono fortemente dalla Russia per il mantenimento della stazione – spiega Spagnulo – perché ha il controllo congiunto su molti sistemi chiave”. Di conseguenza, “una minaccia da parte della Russia di ritirarsi potrebbe davvero minare la vita stessa della stazione”. Ma allora cosa potrebbe motivare i russi a reiterare tali minacce? “Molto probabilmente soldi; tra il 2011 e il 2019 la Nasa ha pagato oltre 4 miliardi di dollari ai russi per i taxi flight sulla Iss, ma ora sono arrivati i privati statunitensi a prendere il loro posto (SpaceX di Elon Musk è già operativa con la Crew Dragon, ndr) e così Roscomos dovrebbe pagare interamente di tasca sua la sua parte di costi di manutenzione”. Poi “c’è sicuramente un bel po’ di rancore per le sanzioni statunitensi – rimarca l’esperto – ma forse la lettura più interessante potrebbe riguardare anche la nuova stazione orbitale della Cina”.

Sì, perché oltre il dibattito sul futuro della Iss, Pechino è ben avviata nella realizzazione del suo terzo palazzo celeste (la Tiangong-3). Ad aprile ha lanciato in orbita il primo modulo (Tianhe, “armonia celeste”). A giugno vi sono arrivati a bordo tre taikonauti, capaci in poco tempo di realizzare anche attività extra-veicolari. Se la tabella di marcia verrà rispettata, la stazione sarà a pieno regime tra tre anni.

“La vera preoccupazione per gli americani è che, se le relazioni con la Iss si dovessero interrompere, ci potrebbe essere un punto di svolta per una nuova corsa allo spazio”. D’altra parte, rimarca Spagnulo, “non solo la Russia si è impegnata a costruire la propria stazione (ammesso che trovi i fondi) ma ha firmato anche un memorandum con la Cina per una base lunare congiunta”. Si chiama “International lunar research station (Ilrs)”, per cui già a settembre 2019 le due agenzie Roscosmos e Cnsa siglavano una prima intesa. L’attuale tabella di marcia prevede l’utilizzazione di una stazione sulla superficie lunare a partire dal 2036, con tempi sovrapponibili a quelli americani, così come è sovrapponibile l’obiettivo geografico dei due programmi, il polo sud della Luna. “Senza contare – ricorda ancora Spagnulo – che le astronavi e la stazione spaziale cinesi hanno una chiara impronta tecnologica russa”. Quindi, conclude l’esperto, “mentre dal 2000 la Iss ha mantenuto un senso generale di neutralità nell’esplorazione spaziale, un’interruzione delle relazioni consolidate potrebbe consentire alla politica nazionale di riprendersi un proprio ruolo nello spazio; in attesa che arrivi la prima stazione spaziale privata, ovviamente”.

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