Se è indubbio che la partecipazione democratica trova nella tecnologia uno strumento importante, nel caso specifico dei referendum le perplessità di alcuni riguardano il rischio di pressioni sulla Corte Costituzionale e, addirittura, il rischio di snaturare l’istituto referendario. Il commento di Michelangelo Suigo, direttore Relazioni esterne, Comunicazione e Sostenibilità di Inwit

Non esistono tecnologie buone o cattive, tutto dipende dall’uso che ne facciamo e da come riusciamo a gestirle. Si potrebbe riassumere così la dibattuta questione sul ruolo della tecnologia digitale nei processi decisionali.

Nella notte del 19 luglio scorso, con l’approvazione dell’emendamento del deputato di +Europa Riccardo Magi al decreto-legge su Semplificazioni e Pnrr, la democrazia italiana ha compiuto un significativo balzo in avanti verso la sua digitalizzazione. Grazie all’emendamento, infatti, ora è possibile sottoscrivere digitalmente le proposte di referendum abrogativo e le iniziative di legge popolari. Come è ormai chiaro, l’accelerazione dei processi interni nella sfera pubblica e privata avviene grazie alla tecnologia. Questi effetti si riverberano anche sulla democrazia italiana che sta assumendo sempre più i connotati di una “Spid democracy”, cioè un ordinamento capace di velocizzare le procedure burocratiche grazie al Sistema Pubblico di Identità Digitale (Spid). Un’accelerazione che in quest’ultimo anno e mezzo di pandemia ha assunto molti volti, come ad esempio le app IO e pagoPA.

Ma è davvero sufficiente un emendamento per cambiare così repentinamente la nostra democrazia? Sembrerebbe proprio di sì. Il nuovo sistema, lo dimostra il successo di questi giorni, è rivoluzionario e ha già cambiato sia la partecipazione alla vita politica del Paese che il rapporto tra cittadini e istituzioni. Una rivoluzione che si è manifestata in maniera eloquente con il superamento, in poche ore, della quota minima di sottoscrizione di 500mila firme per il deposito del quesito referendario sulla cannabis e sull’eutanasia.

Ma tutto questo, se da un lato facilita la raccolta delle firme, dall’altro sembra aver colto di sorpresa i diversi attori della vita politica italiana, sollevando perplessità tra parlamentari, costituzionalisti e politologi. Si tratta senza ombra di dubbio di una rivoluzione, non solo digitale, ma anche sociale e politica che, infatti, fin da ora solleva dubbi e quesiti. Tra gli altri, il professor Clementi in un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore il 21 settembre scorso, dall’eloquente titolo “I correttivi necessari alla deriva della Spid Democracy”.

Se è indubbio che la partecipazione democratica trova nella tecnologia uno strumento importante, nel caso specifico dei referendum le perplessità di alcuni riguardano il rischio di pressioni sulla Corte Costituzionale e, addirittura, il rischio di snaturare l’istituto referendario. Quello che è certo è che il legislatore potrebbe presto prendere atto della rivoluzione digitale in corso e legiferare di conseguenza, predisponendo modifiche normative per governare il fenomeno.

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