L’export, come è sempre stato, rappresenta la vera chiave di volta del Pil italiano, ma è necessario che il suo andamento si attesti a un livello più omogeneo tra le varie regioni. Questo uno dei temi centrali della terza edizione degli Stati generali dell’export, dal 24 al 26 settembre a Marsala, per ripensare l’approccio ai mercati europei e internazionali. L’analisi del presidente del Forum italiano dell’export, Lorenzo Zurino

I dati dell’export lo confermano: stiamo uscendo dalla pandemia, seppur con grande fatica e con cicatrici che non si cancellano.

“Per le esportazioni italiane si prevede una crescita dell’11,3%, che consentirà già nel corso del 2021 un pieno ritorno ai livelli pre-pandemia. Le vendite di beni made in Italy raggiungeranno, infatti, quota 482 miliardi di euro, per poi continuare ad aumentare del 5,4% nel 2022 e assestarsi su una crescita del 4%, in media, nel biennio successivo. Tale ritmo, superiore di quasi un punto percentuale al tasso medio pre-crisi (+3,1%, in media annua, tra 2012 e 2019), consentirà di raggiungere nel 2024 il valore di 550 miliardi di euro di esportazioni di beni”.

Nei dati di Istat e Sace ci sono le cifre di una ripresa imponente. Ma se andiamo a vedere più da vicino, ci accorgiamo che i numeri non sono gli stessi per tutte le regioni d’Italia: il Nord già è ripartito, il Sud sta scaldando i motori.

E allora è proprio qui una delle prime sfide degli Stati Generali dell’Export (che si svolgeranno a Marsala, dal 24 al 26 settembre), cioè rendere questo andamento omogeneo in tutto il paese, perché il post pandemia è anche lo sforzo di utilizzare tutte le risorse a disposizione per rimettere il Sud al centro del Mediterraneo (dove già si trova geograficamente).

Guardiamo ai dati Istat di giugno: segnano nella regione Sicilia una perdita secca dell’export del 10 percento, e un Sud che cresce in media la metà del resto dell’Italia. Ecco, focalizziamoci su questo: sarà certamente meno sensazionalistico da comunicare, ma certamente più realistico e più sfidante.

La ripresa c’è, ci sarà a livello globale, ma è difficile pensare a un rimbalzo economico a doppia cifra per tutti, sulla scia di Cina e Stati Uniti. L’Italia, ad esempio, è un popolo di consumatori attenti e poco avvezzi alla spesa folle. Quindi senz’altro molti continueranno a spendere, chi potrà certamente si permetterà qualcosa in più, ma non avremo picchi di spesa folli come in paese più consumistici del nostro e forse più abituati alla dimensione del debito (e del credito).

L’export, come è sempre stato, sarà la chiave, la vera chiave di volta del nostro Pil. L’epoca contemporanea ci sta regalando la scoperta di aree geografiche nuove dal punto di vista del commercio; è giusta la definizione di aree geocommerciali: da analizzare certo, ma anche da presidiare.

Affiniamo la nostra proposta, ampliandola fino a comprendere nuovi centri di ricavo. L’export è una materia complessa oltre che strategica e come tale, va trattata con capacità, competenza e, quando ce n’è, talento.

L’export del food, è uno dei tanti lussi che offre il nostro sistema-Paese. I numeri di Coldiretti relativi a questa fase raccontano qualcosa di eccezionale: 13% nei primi mesi del 2021 e si va dritti verso la storica cifra di 50 miliardi di euro mai registrata nella storia dell’Italia.

Siamo di fronte a qualcosa di unico e che è figlio di generazioni di imprenditori e lavoratori che hanno affinato con maestria ed ingegno “l’arte della qualità”. Il cibo italiano: renderlo appetibile a tutti, facilmente acquistabile, in più aree del mondo e più paesi: è la sfida di noi imprenditori, e di questo e dei prossimi governi.

Anche in questi numeri entusiasmanti ci sono delle criticità da risolvere. Fino al periodo precedente alla pandemia, avevamo iniziato un lento e inesorabile allontanamento dal business delle commodities nell’agribusiness a favore delle eccellenze e della qualità.

Il Covid ha rimescolato nuovamente le priorità, si è tornati a quella tipologia di business a basso valore aggiunto e purtroppo qualche passo indietro si è fatto. Ora stiamo tornando alla qualità di prima, ma ci vorrà tempo, e capacità di riposizionamento.

Anche grazie al Pnrr si potrà intervenire per dare un sostegno alle imprese che vogliono incrementare la propria capacità di esportazione. E qui lo schema di ripresa prevede assi ben definiti: formare il personale addetto ai dipartimenti export; coinvolgere gli attori di processo; lavorare sulla capacità di movimentazione.

Detto così sembra tutto e nulla, ma un processo di esportazione, ha delle regole ben precise e degli step consolidati e obbligatori. Per rendere questi processi semplici, bisogna intervenire con la formazione.
Ad esempio, una bottiglia di acqua italiana per essere in un ristorante di Manhattan ha un percorso definito e non necessariamente semplice.

Per renderlo tale e per rendere quel bene desiderato in un determinato paese, non serve soltanto lavorare sul brand – cosa fondamentale certamente – ma il passo successivo è renderla fruibile. E la chiave qui è ritornare decisamente al commercio estero e parlare meno di internazionalizzazione.

Lavorare sulle cose concrete, formare i managers dell’export su problemi e difficoltà quotidiane e capire quali sono gli interstizi dove si nascondono i freni del nostro export.

Il Forum italiano dell’export è uno strumento nato dalle imprese per le imprese. Non vi era un luogo di incontro e di confronto fino al 2018, per le imprese impegnate ad esportare. Una idea semplice se vogliamo, ma mancante in Italia.

Ora siamo alla terza edizione degli Stati generali dell’export, ospitati quest’anno da Marsala: la città dei Florio, la prima grande dinastia italiana che ha pensato all’export, ai mercati esteri, all’Italia (e alla Sicilia!) come perno dell’Europa e del Mediterraneo.

Fra le 350 imprese presenti al Forum c’è un pezzo significativo del Pil del nostro paese, ma soprattutto c’è la possibilità di ricominciare a fare rete, a parlarsi personalmente fra imprenditori, istituzioni, investitori, player nazionali e internazionali.

L’occasione è unica, anche per fare squadra: non è solo uno slogan della splendida estate di successi del nostro sport, ma anche la parola d’ordine dell’Italia che guarda ai mercati di tutto il mondo.

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