La sentenza sui rapporti Stato-mafia avrà conseguenze politiche. Sono state infatti politiche le premesse dei Pubblici ministeri. Per loro lo Stato non dovrebbe mai trattare o addirittura scendere a patti con le organizzazioni criminali. Il commento di Pietro Paganini e Raffaello Morelli, Competere

Chi risarcirà Stato e cittadini del danno di due decenni di processi giudiziari, mediatici e politici? La Corte di Assise di Palermo ribalta la sentenza di primo grado sulla Trattativa Stato-mafia: non rappresenta un reato. L’accusa e il giudizio offrono due interpretazioni profondamente diverse dello Stato. Per i Pm lo Stato è etico. Per i giudici di secondo grado, in attesa delle motivazioni, è liberale.

Per la Corte di Assise di Palermo ci fu (nel 1992) una trattativa tra Stato e mafia ma questo non costituisce reato. Ribaltando la sentenza di primo grado dei giudici di Palermo i giudici hanno assolto i carabinieri e i rappresentanti delle istituzioni che hanno partecipato al dialogo tra le organizzazioni criminali siciliane e lo Stato. Il dispositivo della sentenza è atteso entro i prossimi tre mesi. La procura potrà poi ricorrere in Cassazione per il terzo grado di giudizio.

La sentenza smonta un decennio di processi giudiziari e mediatici a quei rappresentanti dello Stato che fecero da tramite tra Stato e mafiosi solo per cercare di bloccare l’azione mafiosa.

I giudici della Corte di Assise riconoscono che la trattativa tra Stato e mafia era dettata dalle condizioni del contesto storico di quei tempi.

– Vi era l’urgenza di trovare una soluzione che ponesse fine alla guerra tra le istituzioni e la criminalità mafiosa.
– La trattativa è uno strumento a cui lo Stato può ricorrere nell’interesse dei cittadini.

È una sentenza che avrà conseguenze politiche. Sono state infatti politiche le premesse dei Pubblici ministeri. Per loro lo Stato che emana la legge che regola la vita dei cittadini di cui è garante, non dovrebbe mai trattare o addirittura scendere a patti con le organizzazioni criminali. È una concetto morale che muove da una considerazione etica che affonda le sue radici nell’idealismo hegeliano. Lo Stato sta sopra a tutto e tutti, perché il cittadino che ne fa parte non è lupo ma è etico.

– Se questa premessa fosse vera, lo Stato dovrebbe anche – e sempre – sconfiggere l’amoralità rappresentata da chi devia.

La vita non è così. I cittadini possono essere lupi e deviare. È un dato di fatto costante che va riconosciuto. E nel caso in questione, le mafie erano talmente organizzate che lo Stato non era in grado di combatterle, nonostante gli sforzi e i sacrifici di tanti. La mafia era una minaccia, non solo per le Istituzioni, ma anche per la vita dei cittadini.

– Le ragioni di questa debolezza sono molte, anche morali, deprecabili e ingiustificabili. Sono anche da ricercare in chi la legge avrebbe dovuto rappresentarla e difenderla. Ma il dato di fatto da cui partire è e resta che lo Stato, in quel momento, era debole.

Il ricorso al dialogo può essere considerato una sconfitta morale, ma è soprattutto una presa di coscienza per trovare una tregua temporanea alla guerra che metteva in pericolo i cittadini. Non è una vittoria. È un momento di passaggio per trovare una soluzione alla quale avrebbe dovuto seguire una strategia migliore per sconfiggere le Mafie.

Lo Stato infatti, non è un’istituzione morale che risponde ad un’idea assoluta e immutabile. Lo Stato sono i cittadini che ne formano le istituzioni per garantire le proprie Libertà attraverso il Governo ella Legge. La forma dello Stato infatti, cambia. E con essa le politiche con cui lo Stato risponde ai bisogni e ai desideri dei propri cittadini.

– Tra queste politiche vi può anche essere il ricorso a trattative segrete. La trattativa è segreta nell’interesse dei cittadini. Lo è appunto, affinché si garantiscano le libertà dei cittadini.

I Pubblici ministeri hanno voluto sostituirsi al cittadino nello stabilire ciò che va fatto. Ma per fortuna (in attesa delle motivazioni) il corpo giudiziario ha ristabilito la verità dei fatti e della norma legislativa.

A parte il danno alle persone travolte da un decennio di imputazioni forzate (ed enfatizzate senza freni dai media), resta una questione difficilmente risolubile: chi risarcirà allo Stato l’ingente costo in questo decennio di speciosa attività del Tribunale per l’interessata iniziativa giustizialista dei Pm di Palermo e di tutti quelli che gli hanno dato massima visibilità mediatica e politica?

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