Prende il via la piattaforma di dialogo transatlantico che vedrà Europa e Stati Uniti coordinarsi sulle tecnologie emergenti, dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori, dalle supply chain alla protezione della democrazia, passando per tasse e clima (più la Cina). Ecco cosa prevede e come funziona

Il Trade and Technology Council Eu-Usa si apre ufficialmente con il summit di mercoledì 29 settembre a Pittsburgh, Pennsylvania. L’evento segnerà il primo passo di un’iniziativa dai contorni ancora non definiti ma dal potenziale immenso, presentata il 15 luglio scorso al summit Ue-Usa di Bruxelles dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente americano Joe Biden.

L’idea alla base è la creazione di una piattaforma di dialogo continuo, con degli eventi ciclici per misurarne il progresso, per il coordinamento su una serie di settori-chiave. I fili conduttori sono tecnologia e commercio, ma le sfide che Ue e Usa sono chiamate ad affrontare sono di portata globale, e spaziano dalla concorrenza alla politica estera. La mole di lavoro è tale che la prima riunione servirà soprattutto a definire le sfere d’azione.

A rappresentare gli europei saranno due vicepresidenti della Commissione, Margrethe Vestager (commissario alla concorrenza) e Valdis Dombrovskis (commissario al commercio). Sul lato americano ci saranno il segretario di Stato Antony Blinken, la segretaria al Commercio Gina Raimondo e la rappresentante per il Commercio Katherine Tai, che funge da consigliere presidenziale in materia di commercio internazionale. Tutti funzionari di caratura politica altissima, a dimostrazione dell’importanza che Bruxelles e Washington attribuiscono al Ttc.

Quale approccio comune?

Conviene partire da cosa non sarà il Ttc. Non si tratta di un nuovo trattato di libero scambio in stile Ttip né strettamente di un accordo commerciale. Anzi, il forum dovrebbe evitare di trattare i contrasti complessi che hanno ostacolato il rapporto Ue-Usa, come la disputa sulla concorrenza e gli aiuti statali tra Airbus e Boeing o l’accesso si reciproci mercati dei settori alimentari (in soldoni, non sarà un cavallo di Troia per farci importare Mozzarella Cheese e parmesan).

Non si tratterà nemmeno di uno strumento per unificare le strategie politiche, interne o estere, dei due alleati. Sarà piuttosto di un canale sempre aperto in cui le istituzioni Ue e Usa possono parlare e coordinarsi. Il nocciolo del Ttc sarà costituito dall’identificazione di aree in cui conviene che Ue e Usa lavorino insieme per definire standard comuni, identificare le sfide da approcciare assieme e costruire una risposta che sia adeguata, efficace e più forte in quanto condivisa.

Di cosa si occuperà il Ttc?

Si parte da dieci gruppi di lavoro, ognuno focalizzato su un argomento ben definito. Gli argomenti spaziano dal mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento (per esempio, quella dei semiconduttori) agli standard tecnologici (intelligenza artificiale, internet of things, biotecnologie, robotica e altre tecnologie emergenti), passando per la risposta alla crisi climatica (investimenti, misure come il Cbam) e come rispondere a quei Paesi che, sfruttando la tecnologia o meno, vìolano i diritti umani, o influenzano il mercato in maniera anticoncorrenziale.

Altri gruppi di lavoro si occuperanno di sicurezza e competitività digitali (standard di sicurezza, diversificazione dei fornitori telco, 5G e 6G) come anche del trattamento dei dati (inclusa la responsabilità delle piattaforme, la regolazione dei contenuti, big data e pubblicità mirata). Viste le posizioni in materia tra Usa e Ue, quest’area sarà cruciale per evitare frizioni future.

Si passa poi dal controllo dell’export (con un occhio per le tecnologie con potenziali applicazioni nocive, come i sistemi di sorveglianza) allo screening degli investimenti dall’estero (potenziandoli attraverso la condivisione di informazioni), fino a migliorare l’accesso alle tecnologie digitali per le Pmi.

Dopo Pittsburgh, che forma prenderà il Ttc?

Le risposte si trovano nella mancanza di dettagli del progetto. Non è stata specificata una data di chiusura dei lavori, dunque è lecito pensare che – in caso di successo a Pittsburgh e più avanti – Bruxelles e Washington abbiano in mente di creare un forum semipermanente attraverso cui gli ufficiali americani ed europei dei vari settori potranno confrontarsi con relativa costanza.

Il Peterson Institute for International Economics si aspetta che ci sarà “un impegno a livello di personale relativamente continuo e attivo, con vertici periodici per fare il punto e potenzialmente annunciare risultati”. Non un Consiglio di negoziazione costante con lo scopo di arrivare a un documento controfirmato da entrambe le parti, quanto un’infrastruttura di confronto in cui le due parti partono dal presupposto che si tratti di una collaborazione di lunga durata.

Potenzialmente, si tratta di un nuovo genere di forum che si propone anzitutto di riconnettere le due sponde dell’Atlantico e ricostruire fiducia reciproca dopo gli scossoni del quadriennio trumpiano. Non serve ricordare l’affare Aukus e la ritirata dall’Afghanistan per capire quanto sia necessario. Ciò detto, probabilmente da Pittsburgh uscirà una dichiarazione di intenti da sviluppare nei prossimi mesi.

E la Cina?

Il Dragone non è stato menzionato esplicitamente, ma si intuisce la sua presenza nelle direttive dei gruppi di lavoro, dalle pratiche anticoncorrenziali agli standard per la privacy alla protezione dei diritti umani. Tutti settori dove Ue e Usa condividono diverse preoccupazioni riguardo al gigante asiatico, tanto che poco prima dell’ascesa di Biden alla Casa Bianca la Commissione ha ipotizzato sentieri comuni per affrontare “la sfida strategica posta dalla Cina”.

Tuttavia, i legami commerciali tra Cina e Paesi europei significano che Bruxelles non può permettersi di trasformare il Ttc in un forum anticinese. Parimenti, Biden ha promesso che avrebbe evitato il confronto diretto e urticante dell’era trumpiana e si sarebbe avvalso delle alleanze americane per fronteggiare il Dragone.

Il dialogo in seno al Ttc può offrire un modo di coordinarsi per fronteggiare le sfide sistemiche (come l’economia di stato del presidente Xi Jinping) con gli strumenti adatti e senza cadere nel conflitto, un approccio multilaterale che può avere un impatto sulla Cina più efficace. Almeno, a questo fanno pensare i focus su controlli dell’export, screening degli investimenti, standard tecnologici, economie non di mercato e lavoro forzato.

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