Pochi progressi e poca solidarietà europea sui grandi temi del dossier energetico, dove prevale la linea moderata dei rigoristi. Draghi insiste sulle riserve comuni di gas e ne sottolinea l’importanza per la transizione. Ecco, punto per punto, cosa è successo a Bruxelles

Lavori chiusi, almeno formalmente. La due giorni del Consiglio europeo a Bruxelles ha riunito i leader dei Ventisette sui temi più scottanti del momento, tra cui il dossier energetico. E il risultato finale lascia a bocca asciutta i Paesi che speravano in un approccio paneuropeo (à la vaccini anti-Covid) per calmierare i prezzi delle bollette, sia nel breve che nel lungo periodo.

I capi di governo hanno appoggiato il compromesso già identificato settimana scorsa dalla Commissione: una serie di misure da attuare a livello nazionale, tra cui tagli alle imposte sull’elettricità, sostegno a famiglie e compagnie più esposte e interventi statali per contenere l’aumento dei prezzi. Nel comunicato mancano misure di più ampio respiro, ma la discussione continuerà nella ministeriale la prossima settimana e nel Consiglio del 16-17 dicembre.

MODERAZIONE NORDICA E DRAGHISMO

La Commissione ha sottolineato che queste misure valgono anche per il lungo periodo ma devono essere “mirate, personalizzate e temporanee”, scrive Euronews. A monte c’è la linea rigorista della Germania e dei Paesi nordici: la loro opinione, condivisa dalla Commissione e dalla Banca centrale europea, è che i prezzi alti siano una conseguenza di dinamiche del mercato libero e che l’emergenza dovrebbe finire entro la primavera. Anche se secondo Madrid e Parigi i prezzi rimarranno alti anche dopo.

Nessun progresso sulla richiesta avanzata dalla Spagna – e avallata da altri Paesi, tra cui l’Italia – di creare delle riserve comuni di gas naturale e fare fronte comune sul mercato, aumentando il potere contrattuale di Bruxelles. Nulla anche per l’idea francese di riformare il mercato europeo dell’elettricità, separando i prezzi del metano e del gas naturale per diminuirne la volatilità. A ogni modo sono entrambe opzioni ancora aperte che la Commissione ha promesso di esplorare; se ne riparlerà a novembre con le proposte concrete di Bruxelles.

Da parte sua, Mario Draghi è stato cristallino sulla necessità di gestire meglio il metano, chiave di volta della transizione energetica. “Siamo stati espliciti con la necessità di preparare subito uno stoccaggio integrato con le scorte strategiche. Dobbiamo proteggere tutti i Paesi dell’Ue in egual misura” ha detto in conferenza stampa al termine della riunione. “Nel lungo periodo è sulla strategia delle rinnovabili che bisogna puntare. Ma se i prezzi del gas salgono, si pone un problema anche di finanziare questo percorso. Ed è difficile rinunciare al gas immediatamente per molti Paesi”.

TRA GAS E NUCLEARE

Giovedì un’altra dichiarazione del presidente russo Vladimir Putin ha dato nuova sostanza alla teoria che Mosca, fonte del 40% del gas europeo, stia utilizzando la risorsa per cucinarsi Bruxelles. A fronte della richiesta europea – finora disattesa – di inviare più gas, Putin ha detto di poter incrementare il rifornimento “il giorno dopo” l’approvazione del controverso gasdotto Nord Stream 2 da parte della Germania.

L’episodio riaccende l’altra grande questione alla base del dossier energetico, ossia l’autonomia europea e la dipendenza dai fornitori. La riunione del Consiglio ha sfornato una mezza vittoria per la potenza nucleare che è la Francia quando la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha descritto il nucleare come una delle poche fonti di energia locali, assieme alle rinnovabili, capaci di garantire l’indipendenza energetica europea.

La Francia e nove Paesi Ue vogliono far classificare il nucleare come verde (cosa che sbloccherebbe investimenti nel settore), il fronte capeggiato dalla Germania si oppone. La Commissione rimanda la decisione dalla scorsa primavera e ha annunciato in settimana che avrebbe continuato a rimandarla, probabilmente in attesa della formazione del governo tedesco – dato che i Verdi tedeschi hanno fatto della denuclearizzazione un caposaldo.

SI SCALDA LA FAIDA ETS

Sono volate scintille riguardo al sistema Ets, ossia il mercato europeo dei certificati di emissioni, dove il prezzo per una tonnellata di CO2 è raddoppiato da inizio anno e gravita attorno ai 60 euro. La Repubblica ceca, nella figura del suo primo ministro uscente Andrej Babiš, vi ha addossato la colpa del caro-bollette assieme ad alcuni Paesi dell’est Europa.

La Commissione ritiene l’Ets responsabile per un quinto dell’aumento dei prezzi e sconfessa questa narrativa. Tuttavia Babiš porta a casa l’impegno di uno “studio di sistema” assieme all’Esma, l’autorità indipendente del sistema finanziario europeo. Difficile che questo metta a rischio il sistema Ets, elemento-chiave del piano di decarbonizzazione dell’Ue, ma può impattarne la forma finale, che si preannuncia un fronte caldissimo per i prossimi mesi.

Per il momento l’Ets si applica a determinati settori, come la produzione di energia. Da una parte i “puritani” del piano Fit for 55 vogliono estenderlo anche a consumi domestici e trasporti, con conseguente aumento di costi per il consumatore finale. Dall’altra si sta formando un fronte dei Paesi che temono l’impatto, più o meno sovrapponibili a quelli che vorrebbero estendere gli ammortizzatori sociali attingendo alle future risorse europee. Nei prossimi mesi, che porteranno a una stesura definitiva di Fit for 55, bilanciare tassazione e sostegno sociale sarà la grande sfida delle istituzioni europee.

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