“Lui si sentiva profondamente inglese ma quando era in Italia sembrava italiano”. Interprete per i partigiani a Roma, per quasi 30 anni deputato del Partito conservatore, insignito da Napolitano del grado onorifico di grande ufficiale al merito della Repubblica italiana

“Un uomo coraggioso, di grandi principi, per me un eroe”. Così Camilla Walters racconta al telefono con Formiche.net suo papà, Sir Dennis Walters, morto lo scorso 1° ottobre all’età di 92 anni.

Dennis Walters, classe 1928, madre italiana e padre inglese, ha passato la sua vita a metà tra l’Inghilterra e l’Italia. Qui ha trascorso la sua adolescenza.

Un’adolescenza segnata dalla Seconda guerra mondiale. Che vide Dennis, appena quindicenne, scegliere di aiutare la resistenza. Nel 1943 accompagnava in giro per Roma il partigiano Gianfranco Mattei, che, prima di impiccarsi pur di non dare alla Gestapo i nomi dei suoi compagni antifascisti scrisse un messaggio ai genitori su un libretto degli assegni. Era il 1944: “Carissimi genitori, per una disgraziatissima circostanza di cui si può incolpare solo il fato avverso, temo che queste saranno le mie ultime parole. Sapete quali legami d’affetto ardente mi legano a voi, ai fratelli e a tutti. Siate forti sapendo che lo sono stato anch’io. Vi abbraccio, Gianfranco”.

Quel messaggio Walters l’aveva consegnato nelle mani di Giorgio Napolitano. Un gesto che questi non ha mai dimenticato. Tanto che da Presidente della Repubblica, nel 2012, ha insignito Walters del grado onorifico di grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. “Una felice occasione procedere alla consegna delle insegne di questa onorificenza sapendo che arriva molto tardi rispetto all’epoca in cui è stato protagonista di vicende importanti per la libertà e l’indipendenza dell’Italia ma it’s never too late”, aveva detto il Capo dello Stato in quell’occasione.

Quel “boy”, uno studente infiltrato al San Giuseppe De Merode, istituto cattolico con sede in piazza di Spagna, sotto i falsi nomi di Giorgio Aldo e Mario Cambi (era “completamente bilingue, non aveva bisogno di nascondersi a differenza di mio nonno”, racconta la figlia), traduceva i piani della Resistenza per un’insurrezione a Roma contro fascisti e nazisti. Alla Liberazione si era ritrovato alla guida degli Alleati in via Tasso: passava le informazioni dai resistenti italiani all’intelligence britannica, e viceversa.

Poi il ritorno in Inghilterra, la laurea al St. Catherine’s College di Cambridge e la politica. A soli 29 anni era assistente personale del presidente del Partito conservatore, Lord Hailsham. Era un astro nascente tory, per 28 anni eletto nel seggio di Westbury, nel Wiltshire. Ma le sue posizioni su Israele, spesso definite antisioniste, e il suo sentirsi un pontiere tra Regno Unito e mondo arabo l’hanno condannato. Ha scritto la sua autobiografia “Not always with the pack” (“Non sempre con il branco”) nel 1989 (pubblicata in italiano con il titolo “Benedetti inglesi, benedetti italiani” da Ponte alle Grazie): “C’è chi ha consigliato di lasciar perdere la questione palestinese se avessi voluto una carriera di successo”.

Né Edward HeathMargaret Thatcher l’hanno voluto nella loro squadra di governo. Una vita da romanzo con tanti capitoli, quella di sir Walters. A Enzo Bettiza su La Stampa aveva raccontato: “Margaret m’avrebbe dato volentieri quel ministero a patto che io attenuassi, soprattutto in qualche constituency più importante, dove il voto ebraico ha un certo peso, il mio impegno a favore della causa araba e di un’equa soluzione del problema palestinese. Ma io non tenni la bocca chiusa: dissi, anche ai Comuni, quello che pensavo. Sapevo benissimo che mi stavo giocando l’incarico agli Esteri e difatti la Thatcher, irritata, mandò all’aria il progetto. Tutto qui”.

In ogni caso, Walters ha ottenuto la nomina a Sir dalla regina Elisabetta nel 1988 dopo l’onorificenza di “Member of the British Empire” nel 1960.

Per oltre due decenni a capo del British Institute of Florence, il suo amato sigaro Toscano sempre tra le dita, anche negli ultimi giorni, ha conservato la sua villa a Lucca dove si era trasferito l’anno scorso per trascorrere in Italia il lockdown. Era “il suo paradiso”, racconta la figlia Camilla.

Lì “gli ho chiesto qualche tempo fa se aveva dei rimpianti. Potendo tornare indietro, cambieresti qualcosa del tuo impegno politico magari per avere più opportunità di carriera? Lui mi ha sempre risposto di no, la cosa più importante è lottare per la cosa giusta, non il successo. Sono parole che mi hanno aiutato molto anche nella vita professionale”, dice.

“Lui si sentiva profondamente inglese ma quando era in Italia sembrava italiano. Era spesso qui, aveva tanti amici italiani. Uno dei più cari era Dino Frescobaldi, a lungo giornalista del Corriere della Sera”, racconta. “Continuava a dirsi inglese ma alla fine credo si trovasse meglio in Italia, dove ha trascorso buona parte dei suoi ultimi anni. E dove la nonna, sua mamma, ha sempre vissuto”.

“Lui credeva tanto in Dio” e da quando era in Italia, tornato per passare i mesi difficili del Covid-19 a Lucca e non nel suo appartamento a Chelsea, “si sentiva ogni giorno con il prete della chiesa di St Mary’s, a Cadogan Street, nel quartiere di Chelsea. La mattina in cui è morto ha visto la sua mamma adorata e ha detto ‘devo andare, mi sta chiamando’”.

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