Quando si analizza la politichetta italiana guardando da vicino quella specie di Frankenstein che è l’arcipelago delle case partitiche ancora aperte, vien subito da domandarsi come fa a stare in piedi il tutto con quell’enorme vuoto al centro. Servirebbe, per bilanciare, una legge elettorale proporzionale…

Non c’è niente da fare: è come la sindrome dell’arto mancante. Quando si analizza la politichetta italiana guardando da vicino quella specie di Frankenstein che è l’arcipelago delle case partitiche ancora aperte, vien subito da domandarsi come fa a stare in piedi il tutto con quell’enorme vuoto al centro. E allora, come in uno stupa buddhista, riprende l’intonazione del mantra sul centro che non c’è ma che se ci fosse, chissà…

L’ultimo lo stiamo leggendo in queste ore: un po’ per l’estenuazione prodotta dalle parti anatomiche bipolari,già sperimentate, appartenenti al Frankenstein de noaltri, mica tanto esaltanti. Un po’ per quell’aura magica che si effonde attorno alla figura mitologica di Draghi, che, se proprio qualcuno volesse collocare politicamente da qualche parte, farebbe fatica a incastonarlo nel bipolarismo da barzelletta che già c’è e dunque penserebbe ad una terza via; un po’ per l’aggrumarsi del pulviscolo stellare di meteoroidi centristi – da Renzi, alle varie tonalità di berlusconiani in uscita o in servizio permanente effettivo, a quel pizzico di Bonino che non guasta mai, a Mastella in nuovo spolvero municipale – che sorride con le fotine dei leader dai giornali nazionali; un po’ per la performance di Calenda nell’Armageddon capitolino, con il suo quasi 20% e 220.000 voti; un po’ per tutto il mantra, dunque, è tornato.

A ben vedere, poi, non è che sia proprio tutto campato per aria: che la gente sia stufa di grida e antagonismi, di dilettantismi nell’esercizio potere, grugniti e borborigmi in quello del “confronto” politico, è un fatto, che forse si illustra anche con la diserzione delle urne. Che i profili più vicini all’idealtipo centrista abbiano rappresentato un’opzione espressa convintamente dalla gente anche facendo riferimento a leader di sigle politiche non proprio centriste – si veda il caso del gradimento popolare di Conte – è verificato anche dai sondaggi di oggi.

Che poi, se ci fosse un “partito draghiano” oggi raccoglierebbe consensi probabilmente superiori alle proposte in campo, risucchiando un’area liberal-solidalriformista oggi non rappresentata, è anche altamente probabile. Ma tutto questo non avverrà, perché Draghi non farà mai il partito del premier, perché ognuno dei capi di riferimento della nebulosa centrista non accetterà la leadership di un’altro, perché in politica due più due più tre non fa mai sette, ma spesso molto meno.

E allora, partita chiusa per il centro? Tutto questo bendiddio elettorale gettato al vento? Non è detto. C’è un’evoluzione possibile, a condizione che a regolare il traffico sia una legge elettorale proporzionale (magari con voto di preferenza plurimo), che i costituenti concepiscano un disegno e non solo un banale spot elettorale e che adottino un metodo, per il governo dell’esperienza politica, capace di superare le paturnie personalistiche rinunciando a imporre le proprie ingombranti personalità a capo della nuova cosa.

Come sapevano fare i capi dei grandi partiti di un tempo, tipo la Dc. Professionisti sopraffini. A queste (difficili) condizioni si può lavorare.

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