Come durante la Guerra fredda lo “Special studies project” di Rockfeller e Kissinger rilanciò il dibattito su come vincere la competizione con l’Unione sovietica, così ora lo “Special competitive studies project” promosso da Eric Schmidt (per dieci anni al timone di Google) promette di tracciare la strada per preservare il vantaggio tecnologico sulla Cina. Il focus è l’intelligenza artificiale, il campo su cui si gioca il confronto globale

Era settembre 2017 quando Vladimir Putin affermò che “chi svilupperà la migliore intelligenza artificiale diventerà il padrone del mondo”. Tre mesi prima, il Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese aveva rilasciato il Piano di sviluppo per una nuova generazione d’intelligenza artificiale (Aidp), identificando un obiettivo chiaro: diventare entro il 2030 il principale centro d’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale. Da allora gli Stati Uniti hanno alzato il livello d’attenzione sul tema, chiamando a raccolta aziende, centri di ricerca, esperti e pensatori della sicurezza nazionale. Ora potranno contare anche su uno “Special competitive studies project” (Scsp), lanciato appositamente per raccogliere il pensiero teso a rafforzare la competitività americana sulle tecnologie dirompenti.

A lanciare l’iniziativa è stato la scorsa settimana Eric Schmidt, per dieci anni al timone di Google, manager esperto e ben inserito nelle dinamiche istituzionali americane, già presidente dell’Innovation advisory board del Pentagono e, fino allo scorso ottobre, co-presidente della National security commission on artificial intelligence (Nscai), la commissione indipendente che ha lavorato negli ultimi anni per fornire raccomandazioni utili all’amministrazione sull’impatto delle nuove tecnologie su difesa e sicurezza nazionale.

Con Schmidt a presiedere tale impegno c’era Bob Work, oggi figura di spicco del think tank Cnas (da cui provengono diversi membri dell’amministrazione Biden), già numero due del Pentagono con Barack Obama, ora coinvolto nel Scsp come membro del board. Insieme a loro ci sono Nadia Schadlow, accademica, già vice consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump (tra gli autori principali della National Security Strategy del 2017), Michèle Flournoy, già sottosegretaria alla Difesa con Obama, fondatrice del Cnas, e Mac Thornberry, già membro del Congresso per il Partito repubblicano e presidente del comitato Armed service della Camera. Ad agire da ceo del Scsp è stato invece chiamato Ylli Bajraktari, già direttore esecutivo della Nscai e, prima, a capo dello staff di H. R. McMaster, il secondo generale chiamato da Trump al ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale.

A loro il compito di indirizzare i lavori del nuovo Special competitive studies project (Scsp), che si pone come obiettivo la formulazioni di raccomandazioni tese a  “rafforzare la competitività globale dell’America nel lungo periodo per un futuro in cui l’intelligenza artificiale e altre tecnologie emergenti rimodelleranno la sicurezza, l’economia e la società del nostro Paese”.

Evidentemente, il progetto si carica come detto dell’eredità della National security commission on artificial intelligence (Nscai), introdotta con l’autorizzazione al budget militare per il 2019 al fine di individuare “metodi e strumenti necessari a sostenere lo sviluppo di intelligenza artificiale, machine learning e tecnologie associate per rispondere ai bisogni di sicurezza nazionale e difesa degli Stati Uniti”. Composta da quindici esperti indipendenti, provenienti dal mondo della difesa, dall’industria e dalla ricerca, dopo tre anni di lavoro e cinque report inviati all’amministrazione, la Nscai ha chiuso i battenti lo scorso primo ottobre.

Lo scorso marzo ha pubblicato il suo report più rilevante: 756 pagine e centinaia di raccomandazioni per avere un Pentagono “AI-ready” entro il 2025. L’obiettivo? Mantenere il vantaggio tecnologico sulla Cina nel campo considerato maggiormente disruptive per gli affari militari (e non solo). Per questo, il report ha invitato il dipartimento a un ripensamento complessivo di piani e strategie, “abbracciando l’intelligenza artificiale” a ogni livello della struttura di sicurezza e difesa nazionale. La strada individuata comprende il rafforzamento del dialogo tra tutti i soggetti coinvolti a livello nazionale, pubblico e privato, industria e ricerca, nonché il potenziamento della formazione.

Lo stesso invito muove lo Special Competitive studies project (Scsp), che tuttavia agirà al di fuori del perimetro propriamente istituzionale. Il riferimento in tal senso è il Rockefeller special studies project (Ssp), lanciato nel 1956 da Nelson Rockefeller e affidato nella gestione a Henry Kissinger. “Nel pieno della Guerra fredda – si legge nella nota di lancio del nuovo progetto – mentre gli Stati Uniti stavano affrontando turbolenze interne e internazionali, Rockefeller e Kissinger hanno riunito alcuni dei principali pensatori della nazione per studiare opportunità e problemi che il Paese doveva affrontare, così da tracciare un percorso per rivitalizzare la società americana, ripristinare una forte strategia di sicurezza nazionale bipartisan e rinnovare la leadership americana”.

Ora, ha spiegato lo stesso Kissinger, “siamo in un momento storico simile; abbiamo bisogno di analisi profonde e di un’azione urgente, altrimenti il nostro destino sarà plasmato da altro”. Ne consegue l’endorsement all’iniziativa di Schmidt: “Sono molto lieto che Eric abbia deciso di guidare questo sforzo per aiutare il nostro Paese a capire dove ci stiano portando le tendenze tecnologiche e definire le azioni che i nostri leader devono intraprendere per proteggere un futuro pacifico e democratico”. È lo stesso Eric Schmidt a definire poi il campo d’azione: “Nessuna nazione seria può ignorare l’impatto delle tecnologie emergenti su tutti gli aspetti della vita del nostro Paese”.

L’amministrazione guidata da Joe Biden sembra aver afferrato il concetto, in particolare con il Pentagono. Pochi mesi fa, intervenendo al summit della Nscai, il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha rilanciato la sfida: “L’Ia è al centro della nostra agenda sull’innovazione”. La richiesta di budget per il Pentagono per il 2021 presentata dall’amministrazione al Congresso ammonta a 715 miliardi di dollari, 11,3 in più rispetto al 2021, +1,6%. A fronte dei tagli previsti (-6%) per i sistemi “legacy”, c’è il forte incremento (+5%) delle dotazioni per ricerca, sviluppo, test e validazione. Tale proposta è ora al vaglio del Congresso, dove si appresta a salire fino alla cifra di 740 miliardi. Se i parlamentari hanno contestato i tagli sui sistemi legacy, è apparsa bipartisan l’intenzione di permettere alla Difesa Usa affrontare il confronto a tutto tondo con la Cina puntando sulle tecnologie dirompenti, tra 5G e intelligenza artificiale. Proprio per questo il Pentagono si è dotato da poco di un apposito “Innovation Steering Group”.

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