Fossi il leader del Pd lavorerei per una proroga di Mattarella per andare poi subito al voto con Draghi premier, vincere, mettere un proprio uomo di fiducia al governo e poi cambiare l’inquilino sul Colle garantendo a Draghi la poltrona dorata. Possibile che i leader del Pd non ci stiano pensando?

Serve a poco che la sondaggista Ghisleri si affanni a spiegare che su quasi 50 milioni di elettori italiani il 4 ottobre ne erano chiamati al voto solo 12 milioni, che hanno effettivamente votato sola la metà degli elettori e che domenica ai seggi ne sono andati molti di meno, neanche il 5% del corpo elettorale: la percezione (corretta) è che il Pd ha vinto e gli altri hanno perso.

Letta può quindi giustamente esultare, ma non solo per i risultati in sé quanto perché dalle urne esce la conferma che – se si andasse a votare con un centrosinistra unito –  il Pd potrebbe vincere le prossime elezioni politiche e (dopo aver messo un suo uomo al Quirinale) Letta potrebbe blindare l’Italia per i prossimi cinque anni.

Improvvisamente la possibilità di elezioni anticipate prima fortemente sostenute a destra sembrano convenire ora alla sinistra, anche perché gli avversari sembrano KO con il rischio di ulteriori fratture nello stesso centrodestra dove, soprattutto, non emerge un leader capace di porsi come guida stabile della potenziale coalizione.

Le divisioni a destra non hanno pagato nonostante i sondaggi perché un conto è correre ciascuno per conto proprio inseguendo l’elettorato del vicino, un conto convergere su un candidato unico quando è percepito della “concorrenza”. Tra l’altro pur non essendoci candidati 5 Stelle ai ballottaggi non si è ripetuto nell’elettorato grillino quello che successe cinque anni fa verso i candidati del M5S che vinsero raccogliendo anche voti a destra di elettori decisi prima di tutto a battere i candidati Pd. Fallite le giunte pentastellate ecco ora i voti grillini rientrare a casa Pd, partito comunque capace di mantenere più o meno i propri voti. Se a casa poi restano gli altri, con elettori scettici o disinteressati al voto, la vittoria è assicurata.

Il voto di domenica conferma che i rapporti Pd-M5S siano potenzialmente in miglioramento sposando le posizioni di Conte, ormai specializzatosi nel ruolo di pontiere.

E pensare che al centrodestra (ormai abbonato alle sconfitte ai ballottaggi perché il proprio elettorato è storicamente poco propenso ad andare a votare al secondo turno) basterebbe un codicillo alla legge elettorale amministrativa per sparigliare: “Se al ballottaggio chi vince prende comunque meno voti di un altro candidato al primo turno, quest’ultimo è allora eletto sindaco.” Sembra una banalità, ma è un caso ormai diffuso che chi pur vince il primo tempo perda al secondo per un forte calo di elettori. In fondo sarebbe una più corretta forma di democrazia, si eviterebbero dispersioni di voti su candidature senza senso al primo turno evitando che i potenziali vincitori ripudino le alleanze ai ballottaggi conquistando quindi da soli il premio di maggioranza cui aggiungere altri seggi di liste apparentate solo informalmente, ma con le quali ci sono già accordi di successive maggioranze allargate.

Si finisce presto nei tecnicismi elettorali, ma sono questioni importanti per elezioni comunali dove ormai vota meno del 40% con il risultato di sindaci eletti con anche meno del 20% dei voti rispetto al corpo elettorale.

Il centrodestra si ritrova intanto in un angolo da dove sarà ben difficile uscirne perché il problema è soprattutto Draghi. Ci fosse un leader Pd premier sarebbe plausibile una rottura di governo, ma come mettersi contro il Mario nazionale, interpretato come ancora di salvezza dall’elettorato? Oltretutto stando mezzi dentro e mezzi fuori è evidente che il messaggio all’elettorato diventa ancora più ambiguo e poco plausibile.

Ecco perché a Letta potrebbe convenire – a primavera – di tentare il colpaccio di andare a nuove elezioni, anche se contemporaneamente scendono le possibilità di Draghi subito al Quirinale, perché verrebbe meno il punto di riferimento certo come premier.

Fossi il leader del Pd lavorerei quindi per una proroga di Mattarella per andare poi subito al voto con Draghi premier, vincere, mettere un proprio uomo di fiducia al governo e poi cambiare l’inquilino sul Colle garantendo a Draghi la poltrona dorata. Possibile che i leader del Pd non ci stiano pensando?

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