Conversazione con Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e co-firmatario, nella precedente legislatura, della proposta di legge per il contrasto alla radicalizzazione jihadista, tema su cui il Copasir ha lanciato l’appello: l’intervento normativo è “urgente e non più dilazionabile”

Urgono strumenti normativi per il contrasto alla minaccia jihadista. L’appello è arrivato martedì dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), presieduto dal senatore Adolfo Urso, che ha approvato la relazione su “una più efficace azione di contrasto alla radicalizzazione di matrice jihadista”. Definisce “urgente e non più dilazionabile” un intervento legislativo che “doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno”. Il Copasir ricorda a tal proposito che è attualmente all’esame della Commissione Affari costituzionali della Camera una proposta di legge sul tema, e che un analogo disegno di legge è stato presentato in Senato. Poggiano sulla proposta presentata nella precedente legislatura il cui iter, nonostante l’appoggio bipartisan, non si era concluso. Quella proposta era firmata da Stefano Dambruoso e Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica, che Formiche.net ha raggiunto per capire come dare spinta al dibattito rilanciato dal Copasir.

Dal Comitato è arrivato un invito abbastanza chiaro al Parlamento. Che giudizio ne dà?

Ritengo che la relazione sia un passo molto importante, sia per l’invito in sé, sia perché è stata votata all’unanimità. L’idea di dotarsi di una legge di contrasto alla radicalizzazione emerse con il decreto anti-terrorismo del 2015, di cui eravamo relatori io e Stefano Dambruoso. Quel decreto, che continua a mantenere la sua validità, ha dato in questi anni una buona prova di sé. Per il Parlamento fu un lavoro all’avanguardia, anche in relazione a quanto stavano facendo altri Paesi europei. Introdusse nove nuove fattispecie di reato, si occupò della Jihad in rete e della parte repressiva del fenomeno. Propri per questo, mentre procedevano i lavori parlamentari, ci rendemmo conto dell’esigenza di sviluppare uno strumento parallelo che si occupasse della parte preventiva.

Perché?

Perché ci accorgemmo che, oltre ai terroristi conclamati, la Jihad informatica su cui Daesh aveva investito tantissimo stava producendo una nuova tipologia di individui potenzialmente pericolosi: i simpatizzanti. A colpirci fu soprattutto il fenomeno giovanile. Rispetto all’epoca classica del terrorismo di stampo qaedista, quando il terrorista era un militante fortemente radicalizzato nelle madrase e nei circuiti di contatto fisico, Daesh e la Jihad mediatica avevano abbassato l’età delle persone radicalizzate, spesso con una cultura islamica frammentaria.

Ci spieghi meglio.

Salah Abdeslam, sotto processo per gli attacchi di Parigi del 2015, non parlava arabo e aveva una cultura religiosa molto ridotta, approfondita in seguito in carcere. C’era un insieme crescente di giovani, tra i 16 e i 25 anni, che partivano per la Siria dopo un processo di radicalizzazione individuale via web, rendendo pressoché impossibile l’intervento delle forze dell’ordine se non a fatto compiuto. Era la prova evidente che ci voleva una legge che si occupasse della prevenzione, che partisse dalle scuole, che trattasse il tema delle carceri e che, in sintesi, completasse l’efficacia del decreto anti-terrorismo. Mi battei anche all’Assemblea parlamentare della Nato per creare uno standard operativo comune che spingesse tutti i Paesi dell’Alleanza ad avere un doppio registro: repressivo e preventivo. Purtroppo dopo l’approvazione alla Camera mancò il tempo per quella al Senato.

E oggi è ancora un tema attuale?

Assolutamente sì. Come dimostrano gli ultimi avvenimenti, a partire dall’Afghanistan, l’esigenza è rimasta intatta. Anzi, il fronte dei Paesi dove la minaccia si annida si è enormemente ampliato, basti considerare l’incremento della sfida tra Corno d’Africa e Sahel. Inoltre, in due anni di pandemia, intere generazioni hanno passato molti mesi di fronte al computer. Sono segnali che la prevenzione è ancora più necessaria.

Da qui l’invito del Copasir…

Direi di sì. Mi sembra un lavoro eccellente, e spero che il Parlamento ne dia seguito nel più breve tempo possibile. Bisogna mettersi in sintonia con quello che accade prima che i problemi si materializzano. Mi auguro che il Parlamento affronti la questione nel modo più unito possibile. Il tema va tolto dalla polemica politica. La lotta al terrorismo si fa tutti insieme.

Qualche suggerimento?

Lo strumento può essere migliorato, e mi auguro che il Parlamento sappia farlo in sintonia con le Forze di Polizia, l’Intelligence, la comunità di esperti e la magistratura. Sia nella passata legislatura, sia in quella attuale, nelle varie audizioni sul tema l’approccio preventivo è sempre stato accolto favorevolmente. Sarebbe opportuno che si continuasse lo sforzo che mettemmo in campo per tenere insieme Parlamento e governo. Per affrontare al meglio il tema, Marco Minniti (allora ministro dell’Interno, ndr) decise di istituire a palazzo Chigi una commissione presieduta dall’esperto Lorenzo Vidino. La relazione del Copasir fa diversi riferimenti alla relazione di quella commissione, sempre attualissima. Mi pare che l’approccio resti valido: partire dalla capacità propositiva degli studiosi. Se si arrivasse a questa impostazione, con la spinta del Copasir si può dare senso a un’azione legislativa importante ed estremamente utile per il Paese.

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