Il fondo saudita è pronto a rilanciare St. James’ Park forte di un patrimonio di gran lunga superiore a quelli di Psg e Manchester City. I tifosi sognano, le Ong protestano, la politica nicchia

L’acquisizione da parte del Public Investment Fund, il fondo d’investimento sovrano del regno saudita, che fa capo direttamente al principe Mohammad bin Salman, della squadra di calcio del Newcastle United per 300 milioni di sterline “è un interessante esempio dello scontro in atto tra democrazia e autocrazia sui sistemi di governance”, ha scritto Thomas Wright della Brookings Institution su Twitter. “Non soltanto” Mbs “sta facendo dello sportswashing della sua reputazione” ma “dimostrerà anche che sta giocando un ruolo costruttivo nella rivitalizzazione del Nord dell’Inghilterra, uno dei cosiddetti left behind places. Sarà più difficile per i politici britannici criticarlo”.

Dinamiche che ricordano per certi versi quella cooperazione che il governo cinese definisce win-win ma che spesso riserva sorprese agli altri Paesi.

Basti pensare che Keir Starmer, leader del Partito laburista e dell’opposizione ai Comuni, si è detto “molto preoccupato” ma ha anche aggiunto, durante un’intervista alla BBC, che “non sta a me” giudicare l’accordo. “Spetta a ente un regolatore indipendente”.

La trattativa, durata quattro anni, si è sbloccata definitivamente con la risoluzione delle controversie tra l’Arabia Saudita e beIN Sports, televisione qatariota che detiene i diritti della Premier League in tutto il Medio Oriente, ma non soltanto.

L’impressione ora è che al St. James’ Park sia nato un nuovo Manchester City (proprietà emiratina), Paris Saint-Germain (in mani qatariote) o Chelsea (del magnate russo Roman Abramovič), una società in grado di spendere e spandere a proprio piacimento. Anche perché il Public Investment Fund possiede una ricchezza netta di oltre 430 miliardi di euro secondo alcune stime. Si tratta di una cifra più di dieci volte superiore a quella dello sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, proprietario del Manchester City, e cinquanta volte superiore a quella di Nasser Al-Khelaifi, presidente del Paris Saint-Germain.

I tifosi sognano: Antonio Conte in panchina, Gareth Bale, Edinson Cavani e Philippe Coutinho per l’attacco e Keylor Navas a difendere la porta. C’è chi immagina anche di rivedere Cristiano Ronaldo in divisa bianconera, non quella della Juventus, bensì quella del Newcastle.

Ma il caso Jamal Khashoggi, la guerra in Yemen e i diritti umani violati hanno alimentato preoccupazioni. “Abbiamo esortato la Premier League a cambiare i parametri di scelta dei proprietari dei club inserendo anche le questioni relative ai diritti umani. I sauditi vogliono entrare nel calcio per lavarsi la coscienza sul tema della violazione dei diritti”, ha detto Amnesty International.

Il governo britannico avrebbe potuto intervenire. Ma non l’ha fatto. Dal numero 10 di Downing Street arrivano soltanto “no comment”. A giugno, come rivelato dal Daily Mail, il principe saudita Mbs aveva scritto un messaggio al primo ministro Boris Johnson per metterlo in guardia: se l’affare fallisce, i rapporti tra i due Paesi sono a rischio. E così i funzionari dei ministeri dello Sport e degli Esteri hanno iniziato a seguire da vicino il dossier chiedendo aggiornamenti costanti alla Premier League sulla sua decisione.

Il calcio è politica. Ma anche economia. Non è un caso che il fondo saudita abbia messo gli occhi in passato su altre squadre come l’Inter in Italia e il Barcellona in Spagna. Mosse coerenti con la Vision 2030, il programma di riforme pensato da Mbs per slegare l’economia del Paese dall’industria petrolifera.

Condividi tramite