Una società giusta è forse un obiettivo illusorio da raggiungere. Ma allora si può aspirare a una società buona? L’analisi di Lorenzo Bona

Da qualche tempo diversi studiosi, economisti e altri osservatori dei fenomeni sociali hanno riacceso una luce rilevante sul tema dei rapporti tra merito e mercato offrendo interessanti spunti di riflessione.

Ad esempio, due articoli apparsi l’anno scorso sul Sole 24 Ore a firma di Vittorio Pelligra (“Quando una distopia diventa un’utopia: il mito della ‘meritocrazia’ che produce il suo opposto”, 6 Settembre, 2020; “E se sostituissimo al metro del merito quello della dignità?”, 20 Settembre, 2020), hanno suggerito che nella nostra società si sarebbe radicata un’idea problematica di meritocrazia.

In sintesi, da un lato, la gente sarebbe in gran parte orientata a considerare il merito al pari di una semplice somma tra intelligenza e impegno, da utilizzare – come principio fondamentale – per selezionare e premiare gli individui maggiormente capaci per certi ruoli, in vista dell’organizzazione di una società giusta. Dall’altro lato, questo modo di considerare il merito sarebbe lo specchio di riflessioni parziali, poco fondate e, in larga misura, strumentali a legittimare moralmente quanto esse intendono contrastare: inaccettabili situazioni di diseguaglianza.

Attraverso argomenti come questi e con riferimenti a deludenti esperienze maturate in passato in alcuni dei sistemi educativi più avanzati del mondo occidentale, come quello inglese e americano, gli articoli richiamati sviluppano delle analisi stimolanti sul tema della meritocrazia che si potrebbero provare a riassumere in due grandi linee di ragionamento tra loro interconnesse.

La prima di queste linee di ragionamento sottolinea che l’accennata concezione del merito – che riconduce il senso di questo termine ad una sorta di mix tra abilità intellettuali e capacità di sforzo per un dato fine – si sarebbe diffusa nella società non solo in modi profondamente radicati, ma anche per mezzo di argomenti retorici basati su assunzioni false.

Il merito, scambiato per invincibile antidoto contro privilegi e diseguaglianze simili a quelli di tipo aristocratico, si sarebbe cioè trasformato – in modo tendenzialmente trasversale rispetto ai diversi orientamenti politici – in una sorta di nuova retorica condivisa dalla maggior parte della gente e da moltissime persone che ricoprono ruoli di leadership. Al riguardo si può pensare ad esempio all’opinione, che in questi tempi pare considerata da molti come verità incontrovertibile, secondo cui basta impegnarsi per avere successo.

Alla base di questo tipo di retorica ci sarebbero però, come detto, delle assunzioni false. Per un verso, quella per cui i livelli di merito individuale sono facilmente misurabili e riconducibili ad eque e proporzionate scale di ricompensa. Per un altro verso, l’assunzione secondo cui il mercato e la condizione di concorrenza costituirebbero un sistema infallibile per rilevare il merito e premiarlo adeguatamente.

La falsità di queste assunzioni ruoterebbe prevalentemente attorno ad una scarsa considerazione del ruolo della fortuna, che in realtà – come insegna l’esperienza – costituisce un fenomeno connaturato alla vita umana e alle relazioni intersoggetive.

Al riguardo si può ad esempio riflettere sulla rilevanza della fortuna in contesti di mercato, pensando all’industria dello sport e immaginando due persone che si allenano in tempi e/o in luoghi diversi – con analoghi livelli di impegno e simili capacità atletiche – in una certa disciplina sportiva. È facile intuire che se la popolarità della loro disciplina sportiva dovesse risultare bassa nel luogo e/o al tempo in cui vive una di queste persone e, per contro, alta dove e/o quando vive l’altra, sarà quest’ultima persona ad avere – indipendentemente da paragoni sul merito – maggiori probabilità di ricevere gli stimoli migliori (si pensi a incontri con allenatori, con rivali sportivi, con sponsor…) per diventare un giorno una star dello sport ripagata dall’ammirazione generale della gente e da successi economici importanti.

Può avere rilevanza sottolineare anche che la linea di ragionamento che si sta illustrando non andrebbe naturalmente collegata ad alcun intento teso a sminuire la felicità, la bravura e il senso di orgoglio legittimo di una persona cha ha superato una sfida difficile attraverso il suo impegno. Perché il vero intento di quanto si sta provando ad illustrare è un altro: contrastare pensieri fuorvianti, come quello secondo cui chi non riesce a superare una data sfida arriva unicamente e necessariamente a questo risultato per via di un basso livello di impegno e che, per questo motivo, deve automaticamente diventare bersaglio di critiche o rimproveri.

Da un punto di vista forse meno astratto e più operativo, ciò che spinge a contrastare pensieri forvianti di questo genere è abbastanza semplice: se pensieri simili dovessero diventare prevalenti tra la gente, sarebbe breve l’indesiderabile passo che potrebbe condurre chiunque fallisce una data prova ad avvertire un senso di emarginazione – se non di esclusione – rispetto a chi invece riesce a lasciarsi indietro lo stesso tipo di ostacolo.

Complicazioni ulteriori a dir poco spiacevoli potrebbero aggiungersi se poi capita anche di essere in presenza di criteri che tutti pensano giusti, meritocratici e utili a selezionare i migliori individui per certi ruoli e – contrariamente alle aspettative prevalenti – i risultati che emergono appaiono deludenti rispetto ad obiettivi orientati ad una maggiore mobilità sociale. In situazioni del genere, il senso di emarginazione o di esclusione percepito da chi fallisce una sfida potrebbe persino evolvere verso sentimenti di frustrazione o rancore sociale, come quelli che ai giorni nostri sembrerebbero trovare qualche riflesso in fenomeni politici di tipo populistico.

La seconda grande linea di ragionamento, affronta da ulteriori angolature questo tipo di problematiche e punta a superarle attraverso l’offerta di un possibile rimedio.

Questa linea di ragionamento potrebbe essere introdotta con l’osservazione secondo cui non ci sarebbe nulla di sbagliato nel desiderare, seguendo peraltro criteri di buon senso, che nelle varie articolazioni della nostra società siano gli individui più qualificati ad essere selezionati per svolgere determinati incarichi e per assicurare, così, il miglior servizio possibile a chi ne ha bisogno.

Il problema semmai potrebbe insorgere se l’illusoria idea del merito come semplice somma tra intelligenza e impegno favorisce l’avvio di logiche organizzative che, a loro volta, contribuiscono – senza che tra la gente ci sia una adeguata presa di coscienza – per rallentare il passaggio degli individui da un certo status sociale ad un altro, rendendo ad esempio più probabile che certi lavori o professioni si tramandino per via familiare.

D’altra parte, il problema potrebbe persino acuirsi in termini ancor più preoccupanti al persistere di scenari di bassa mobilità sociale – come quello appena evocato a proposito di lavori tramandabili in via familiare: il riferimento è cioè al rischio che, al perdurare di eventuali situazioni dove solo un numero eccessivamente limitato di individui riesce ad accedere a ruoli ambiti, l’idea fuorviante del merito come elementare combinazione tra intelligenza e impegno potrebbe via via indurre la gente a conferire senso agli schemi comportamentali di poche persone che raggiungono occupazioni considerate di prestigio e, per contro, una sorta di non-senso ai modelli comportamentali di maggioranze di individui che non riescono ad andare verso ruoli sociali da essi desiderati.

Per contrastare questo tipo di pericoli, che appaiono in larga misura riflessi nel rischio di un’erosione del senso di appartenenza degli individui alla società, vi sarebbe però un rimedio.

Stando sempre alle analisi degli articoli che si è provato a sintetizzare sin qui, il rimedio consisterebbe in una rivalutazione della funzione sociale del lavoro, da favorire anche attraverso una migliore focalizzazione del discorso pubblico su due grandi argomenti: la dignità del lavoro e la prospettiva che assegna a questa attività umana una funzione che genera senso. L’idea sottostante a questo tipo di rimedio sarebbe che, per arginare i pericoli derivanti da un eccessivo radicamento di falsi principi meritocratici nei prevalenti schemi di pensiero adottati dalla gente, bisognerebbe spostare l’enfasi dal valore di mercato del lavoro, al valore soggettivo di questa attività: in altri termini, solo attività lavorative capaci di offrire agli individui la possibilità di interagire con e per gli altri, entro logiche orientate al bene individuale e comune, consentirebbero alle persone di apprezzare in pieno e senza indugi il senso più prezioso e genuino del loro stare insieme in società.

Le analisi offerte dagli articoli a cui più volte si è fatto riferimento in queste pagine appaiono non solo interessanti rispetto ai problemi che toccano, ma anche capaci di andare verso direzioni in larga misura convincenti riguardo al tipo di rimedi prospettati, specialmente se questi ultimi sono concepiti, come sembra, in modi aperti alla possibilità di trovare fruttuosi punti di incontro con altre prospettive.

In tale logica, si potrebbe ad esempio ricordare un autorevole economista a cui non è sfuggita l’illusorietà dell’idea di una società giusta basata sul merito: Friedrich A. von Hayek. Perché, sviluppando tesi fortemente pro-mercato e pro-concorrenza, ci ha lasciato una serie di studi che sembra evidenziare un consiglio tipo questo: resistere ai richiami illusori dell’idea di una società giusta e puntare al modello di una società buona.

Al riguardo, si può forse utilmente aggiungere anche che questo modello di società sembrerebbe essere ricondotto, negli studi lasciatici da questo economista, ad un ordine sociale che trae forza da regole di fondo a tutela della libertà e dei diritti di proprietà e che, in parallelo, tende ad operare simultaneamente in due direzioni principali: da un lato, verso l’incoraggiamento di comportamenti creativi e imprenditoriali, da attuare senza alcuna pretesa volta ad escludere la possibilità di delusioni immeritate; dall’altro lato, verso un crescente impegno teso ad offrire a qualunque individuo scelto in modo casuale le probabilità più alte per la realizzazione dei propri piani esistenziali.

Inoltre, la prospettiva hayekiana inviterebbe a considerare, come altro aspetto rilevante per la tutela degli interessi degli individui, l’organizzazione di una specie di assicurazione contro situazioni caratterizzate da una sorte estremamente avversa: sarebbe cioè un compito necessario di una società libera, ben ordinata e proiettata a promuovere l’iniziativa privata quello di garantire un reddito minimo a tutti gli individui che la compongono.
Senza alcuna ambizione di trarre conclusioni definitive circa i molti argomenti che si sono accumulati nella stesura di questo scritto, può tuttavia sorgere un’ulteriore domanda.

Non che principi generali come quelli che paiono prendere forma dalle idee hayekiane attorno ai tratti di fondo di una società buona possono concorrere ad allargare le vie per una più completa comprensione dei nessi tra merito e mercato e, con ciò, favorire l’emersione di equilibri economico-sociali migliori di quelli sinora sperimentati?

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