Il caloroso saluto, assolutamente comprensibile nella sua irritualità dopo i lunghi anni di cancellierato, è stato accompagnato anche dal retrogusto amaro delle parole della stessa cancelliera, “preoccupata” dall’attuale situazione politica europea. Preoccupazione evidente soprattutto alla luce dei delicati equilibri politici promossi dalla Germania. L’analisi di Federico Castiglioni, ricercatore Istituto affari internazionali

È stato inusitatamente sentimentale l’addio dei leader europei alla cancelliera tedesca Angela Merkel in occasione del suo ultimo Consiglio Europeo del 22 ottobre. Questo caloroso saluto, assolutamente comprensibile nella sua irritualità dopo i lunghi anni di cancellierato, viene accompagnato anche dal retrogusto amaro delle parole della stessa Merkel, la quale si è detta “preoccupata” dall’attuale situazione politica europea. In realtà, questa preoccupazione è evidente soprattutto alla luce dei delicati equilibri politici promossi dalla Germania nel corso degli ultimi quindici anni e messi continuamente alla prova da nuove ondate di crisi che rischiano di far traballare l’Unione.

Quando Angela Merkel nel 2005 arrivò per la prima volta nella nuovissima sede della Cancelleria di Berlino a Willy Brandt Avenue, si trovò di fronte a tre incognite per il futuro politico del continente. La prima era determinata dal processo di allargamento verso sud e soprattutto verso est, fortemente sostenuto dalla Commissione Prodi e che mirava ad includere nella famiglia europea nazioni che uscivano dissestate dalla fine della guerra fredda. La seconda incognita riguardava la nuova moneta comune, l’euro, frutto di un compromesso faticosamente raggiunto tra Paesi del nord e sud Europa e ancora in una fase di rodaggio. La terza e ultima sfida era rappresentata dal Regno Unito il quale, nonostante la presenza dell’ “europeista” Blair a Downing Street, si era reso protagonista di uno strappo significativo con Francia e Germania dopo l’undici settembre e la decisione di invadere Afghanistan ed Iraq. Tutti questi fronti aperti, come in un cerchio perfetto, sembrano in qualche modo tornare di attualità proprio oggi.

Il dialogo con l’Europa orientale

Dal brevissimo excursus storico a cui si accennava si può capire come molte delle questioni all’ordine del giorno nel dibattito europeo contemporaneo, e quindi all’attenzione dell’ultimo Consiglio di Angela Merkel, siano in realtà nodi che hanno accompagnato la sua lunga esperienza ai vertici del governo tedesco. In questo senso è emblematico come al termine della sua esperienza di governo Merkel trovi un Consiglio privato della presenza del Regno Unito, un partner da sempre fondamentale per la politica estera europea e che sarebbe stato importante avere anche in occasione della precipitosa ritirata dall’Afghanistan. Lasciata alle spalle la Brexit e pendenti le proposte per un maggiore coordinamento europeo nel settore della Difesa, è la situazione nell’Europa orientale a preoccupare i capi di Stato e di governo dell’Unione.

Il tema è tornato di attualità poche settimane fa in seguito alla storica sentenza della Corte costituzionale polacca che ha ribadito per la prima volta l’indiscussa supremazia del proprio diritto nazionale su quello comunitario. La sentenza segna un precedente pericoloso per Bruxelles e, rimanendo in tema di Brexit, ha ricordato a molti il vento sovranista che già è soffiato in Europa qualche anno fa. La questione è stata al centro dei lavori del Consiglio soprattutto per quanto riguarda l’allocazione dei fondi del Recovery Fund alla Polonia, potenzialmente congelati fino ad una sentenza in merito attesa dalla Corte di giustizia di Lussemburgo. Dal punto di vista della Commissione il problema non riguarda solo la Polonia ma anche l’Ungheria, da tempo nel mirino della per il rispetto dello stato di diritto, e in realtà per motivi diversi tutti gli Stati del così detto “Gruppo di Visegrad”.

I fondi europei non sono l’unica occasione di frattura est/ovest manifestatasi al Consiglio di ottobre. Ha fatto molto discutere ad esempio la proposta di dieci governi dell’Unione (praticamente tutti quelli dell’Europa centro-orientale a cui si sono aggiunte Danimarca e Grecia) di costruire un sistema di reti protettive e muri anti-migranti con i fondi europei. Anche questa proposta, rimandata al mittente dai governi occidentali dell’Ue, segna un altro tema caldo nella sempre più complessa dinamica tra est ed ovest del continente.

Uniti per l’energia e la pandemia

Al di là dell’eredità di Angela Merkel e dei punti costanti di dibattito politico ci sono anche temi di attualità. Prevedibilmente il Consiglio si è concentrato maggiormente su questi punti all’ordine del giorno di interesse comune e sui quali era più facile trovare sinergie. Tra questi rimane di grande interesse la ricerca sull’intelligenza artificiale e l’identità digitale, tecnologie che richiedono un investimento competitivo comune degli Stati membri. Uno sforzo comune ad oggi manca perché privo di un piano strategico, riconosciuto come essenziale nella nuova corsa tecnologica che vede protagoniste Cina e Stati Uniti. Per quanto riguarda le minacce connesse al digitale, non sfugge la debolezza delle reti europee alla prova degli attacchi cibernetici, evidente negli ultimi anni e durante la pandemia. Anche su questo la risposta europea non può che essere comune, probabilmente sempre nel quadro, come ribadito dal Consiglio nelle sue conclusioni, di uno sforzo per la Difesa e la Sicurezza sempre più necessario e che potrebbe essere presto incardinato in alcune proposte concrete.

Molto più controverso si è dimostrato il problema del rincaro dei prezzi dell’energia che sta affliggendo tutto il continente. In questo caso la volontà politica delle autorità europee e dei governi nazionali per un abbandono dei combustibili fossili si sta scontrando con una transizione energetica ancora lungi dall’essere completata. L’Ue proverà ad avere un ruolo centrale della COP26 di Glasgow dedicata al clima, ma lo farà con molte incognite sulla popolarità delle politiche ambientali che devono essere implementate, come affermato recentemente dal Premier italiano Mario Draghi a Milano. Le alternative tuttavia scarseggiano e infatti le uniche raccomandazioni del Consiglio sembrano tese ad evitare che il rincaro delle bollette pesi troppo sui cittadini, mentre si prova disparatamente a cercare nuovi fonti di finanziamento per le rinnovabili (come la Banca Europea per gli Investimenti). Una menzione, infine, si è dimostrata necessaria anche per le misure di emergenza pandemica, in particolare la richiesta per una governance globale sanitaria e l’implementazione di misure atte ad evitare che una recrudescenza della pandemia quest’inverno possa mettere a repentaglio la libera circolazione tra gli Stati membri, come accaduto ad inizio emergenza.

Recovery e altri nodi irrisolti

Sullo sfondo dei lavori del Consiglio ci sono stati alcuni nodi irrisolti che riguardano l’economia, uno dei dossier sui quali Merkel si è spesa maggiormente a seguito della crisi economica del 2008. Inevitabilmente questi nodi riguardano il rapporto tra gli Stati membri dell’Ue cosiddetti “frugali”, tra cui Austria, Olanda e Danimarca, e gli Stati del sud, in particolare l’Italia. Nel corso degli ultimi anni la cancelliera tedesca ha provato costantemente a mediare tra le due parti, trovando spesso una sponda alla Bce in Mario Draghi.

La coppia Draghi-Merkel è riuscita a far passare all’euro indenne la sfida delle elezioni greche del 2015 e recentemente a far digerire anche al suo elettorato l’immenso pacchetto di aiuti post-pandemico da quasi 200 miliardi di cui è beneficiaria l’Italia. Sull’attuale nuovo equilibrio pesano però le parole del capogruppo Ppe Manfred Weber che, ricordando la condizionalità del “Recovery Plan”, ha chiesto a Draghi di fare i compiti a casa sulle riforme (stesso leitmotiv ripetuto a Renzi, Gentiloni e Conte).

A vantaggio dell’Italia va il momento storico in cui il cosiddetto gruppo “dei frugali” sembra meno vigile, soprattutto dopo le dimissioni di Kurz in Austria e le difficoltà del premier Mark Rutte nel formare una coalizione di governo stabile in Olanda. L’occhio vigile di Bruxelles e dei “frugali” sul piano di aiuti, benché non all’ordine del giorno del Consiglio di ottobre, sarà però sicuramente uno dei temi latenti dell’era post-Merkel, come i tanti dossier lasciati aperti dalle politiche dilatorie della Cancelliera.

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