MSD ha annunciato che chiederà all’Fda americana l’autorizzazione per utilizzare – in casi d’emergenza – il nuovo farmaco antivirale Molnupiravir. Si tratta della prima pillola contro il Covid-19, ancora in fase di sperimentazione. Attualmente, lo studio dimostra che la tempestività è un elemento essenziale e che questa specifica terapia farmacologica perde quasi completamente d’efficacia se la si intraprende quando la malattia è già in fase avanzata

Una rivoluzione: lo scorso venerdì 1° ottobre, l’azienda farmaceutica Merck Sharp & Dohme, meglio conosciuta come MSD, ha reso pubblica una nota nella quale annuncia che chiederà all’Fda (Food & Drug Administration) americana l’autorizzazione per utilizzare – in casi d’emergenza – il nuovo farmaco antivirale Molnupiravir. Si tratta della prima pillola contro il Covid-19, ancora in fase di sperimentazione.

Sembra che il Molnupiravir finora abbia dato risultati estremamente positivi, arrivando a ridurre di oltre il 50% l’indice di mortalità e il rischio di ospedalizzazione. I soggetti sui quali è stato testato il farmaco sono stati per la maggior parte pazienti affetti da patologie croniche e quindi considerati ad alto rischio. La ricerca che ha condotto a questo farmaco è il frutto di una collaborazione tra MSD e Ridgeback Biotherapeutics, un centro di ricerca d’eccellenza con sede a Miami.

Lo scoglio ora è soprattutto burocratico, sebbene quando una sperimentazione offre da subito risultati così ottimali si tende ad abbattere i tempi previsti dalle normative vigenti, per garantire il prima possibile l’accesso alle cure. “Coerentemente con l’impegno incrollabile di Merck nel salvare vite umane e migliorarne la qualità, continueremo a trattare con le agenzie di regolamentazione e faremo tutto ciò che possiamo per portare Molnupiravir ai pazienti il più rapidamente possibile”, ha affermato Robert M. Davis, amministratore delegato e presidente MSD, “il fatto che si riesca a gestire una malattia così devastante come il Covid-19, attraverso una semplice pillola da prendere a casa per via orale, ha delle implicazioni importantissime”.

Potremmo trovarci, in effetti, ad un punto di svolta. La scelta strategica di MSD, fin dall’inizio, è stata quella di investire sulla terapia. Questa scelta ad oggi si mostra fortemente lungimirante. Il Molnupiravir, infatti, non si focalizza sulla proteina spike del virus, che è altamente mutagena (ed è proprio questa mutazione la causa dell’invalidamento parziale di alcune strategie vaccinali), ma agisce invece sulla polimerasi virale, e cioè altera (geneticamente) quell’enzima di cui il nuovo coronavirus ha bisogno per potersi replicare all’interno dell’organismo. In modo tale che, se assunto tempestivamente, il farmaco ne impedisce la duplicazione.

Attualmente, lo studio dimostra che la tempestività è un elemento essenziale e che questa specifica terapia farmacologica perde quasi completamente d’efficacia se la si intraprende quando la malattia è già in fase avanzata. Questo non è un dato irrilevante per un Paese che fatica nella fase diagnostica. Fermo restando la necessità della vaccinazione come prima e indispensabile protezione contro il Covid-19, il Molnupiravir risolverebbe certamente due grandi questioni: in primo luogo supera la barriera culturale di chi è ancora reticente a vaccinarsi e, in secondo luogo, interviene a ridurre drasticamente gli esiti più gravi della malattia, in una percentuale significativa dei soggetti colpiti dal virus, alleggerendo di non poco l’intensità delle risorse del servizio sanitario che vengono ancora impegnate per la lotta al Covid-19. L’attenzione resta alta.

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