Una piccola centrale costruita ai margini del deserto del Gobi potrebbe rivelarsi la chiave di volta della produzione di energia dall’atomo. In teoria il reattore di nuova generazione non richiede acqua né uranio, produce pochissime scorie, è più pulito, efficiente, sostenibile e sicuro. Ecco come funziona, e perché potrebbe dare un vantaggio geopolitico a Pechino

Il 2021 potrebbe segnare una svolta nella storia dell’energia nucleare commerciale. La Cina è in procinto di testare un piccolo reattore (alto tre metri e largo due e mezzo), da appena 2 megawatt, basato sul torio e raffreddato a sali fusi. Se l’esperimento si rivelasse un successo, potrebbe ridefinire l’industria dell’energia nucleare per come la conosciamo – almeno finché non diventa praticabile la fusione nucleare.

In teoria il reattore cinese è in grado di sfruttare la fissione nucleare per produrre energia elettrica più sicura ed economica, rilasciando molte meno scorie di una centrale tradizionale. Il progetto, portato avanti dall’Istituto di fisica applicata di Shanghai (Sinap) a Wuwei, nella regione settentrionale del Gansu, può spianare la strada per la costruzione di altre centrali avanzate in grado di aiutare Pechino a raggiungere i propri obiettivi climatici.

La tecnologia alla base è nota (fu proposta dal Nobel italiano Carlo Rubbia). Si tratta di impiegare il torio, un elemento metallico argenteo, leggermente radioattivo, che si trova naturalmente nelle rocce ed è molto più abbondante dell’uranio (le cui riserve scarseggeranno entro il prossimo secolo). L’isotopo torio-232 non è adatto per la fissione, ma se irradiato di neutroni diventa uranio-233, alternativa migliore del “classico” uranio-235, che invece si trova in natura. È un rischio minore per la proliferazione nucleare ed è stato ipotizzato il recupero dalle scorie nucleari stivate finora.

L’altra caratteristica fondamentale dell’impianto cinese è il sistema di raffreddamento, in cui sali (a base di fluoro) fusi a 450° circa sostituiscono l’acqua normalmente impiegata. Il reattore può perciò operare a temperature più alte e produrre energia molto più efficientemente, ha detto Charles Forsberg, ingegnere nucleare al MIT, all’autorevole rivista scientifica Nature.

È anche più sicuro: aggiungendo la “benzina” direttamente nei sali fusi si può inondare il nocciolo radioattivo con questa “miscela” a pressione relativamente bassa, mantenendo il processo di produzione energetica stabile e funzionale al contempo. Così si aggira la combinazione classica delle centrali nucleari odierne, ossia barre solide di combustibile e acqua di raffreddamento, riducendo il rischio di esplosione.

Altri Paesi sperimentano con il raffreddamento a sali fusi, ma oggi la Cina è l’unica ad impiegarlo assieme al torio. Peraltro il sistema non è una novità: il primo reattore di questo tipo fu costruito nel 1940 negli Stati Uniti, ma il progetto – ritenuto meno promettente delle alternative – fu archiviato durante la Guerra fredda e la centrale spenta nel 1969. Nature afferma che il progetto cinese è basato su quello americano dell’epoca, sebbene tragga vantaggio da decenni di progresso scientifico nei settori dei materiali, della manifattura e della strumentazione.

Pechino vuole rendere Wuwei, una cittadina ai margini del deserto del Gobi, un polo energetico nazionale: la posizione è ideale per l’approvvigionamento agevole di sali e torio. La centrale sperimentale da 2 MW sarebbe in grado di alimentare circa un migliaio di case, ma il piano sul lungo periodo (a fronte del successo dei test) prevede molteplici reattori di questo genere, da 100 MW ciascuno, capaci nel complesso di fornire energia a centinaia di migliaia di case.

Nature riporta che nei piani di Pechino c’è anche la costruzione di un maxi-reattore da 373 MW entro il 2030. In prospettiva, oggi l’intera industria del carbone cinese produce 1.050 gigawatt (dati del China Electric Council) e in linea con il piano di decarbonizzazione di Xi Jinping dovrebbe raggiungere i 1.300 GW nel 2030 per poi decrescere.

La Cina si è attirata le condanne di diversi Paesi occidentali per un piano di transizione ecologica ritenuto troppo poco ambizioso. Perciò le centrali a torio e sali fusi potrebbero rivelarsi l’asso nella manica di Pechino: può utilizzarle per rabbonire le ire ambientaliste dell’Occidente (evitando le futuribili tasse di aggiustamento al confine) e, qualora la tecnologia venisse adottata anche altrove, potrebbe anche lucrare dal commercio di torio, oggi un “prodotto di scarto” dell’estrazione di terre rare – il cui mercato è controllato dalla Cina.

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