Le sanzioni americane colpiscono il colosso ma “salvano” il gruppo che ha legami con l’industria militare di Pechino e ora fa affari d’oro. Una sfida per l’amministrazione Biden, un bivio per l’azienda

“Huawei è nella lista nera Usa, Zte (che è di proprietà di aziende dell’industria militare cinese) no. E ne approfitta per crescere”, scrivevamo ad aprile su Formiche.net. E aggiungevamo: “(Il presidente statunitense JoeBiden è a un bivio: imporre sanzioni seguendo il predecessore (Donald) Trump o chiudere un occhio lasciando spazio ai repubblicani?”.

Oggi il sito specializzato LightReadingche ad aprile parlava di “possibile incubo” per Biden  ha analizzato i numeri del gruppo cinese che prevede un utile netto per il recente terzo trimestre pari a circa il doppio di quello di un anno fa. Il tutto dopo un primo semestre a gonfie vele con l’utile netto cresciuto di circa il 120% e le vendite aumentate del 12,4%. Zte sembra tornata ai livelli del 2017, ma con una differenza: allora il margine operativo nel primo semestre 2017 era solo del 6%, ora è superiore al 10%.

Come spiegare il boom di Zte? LightReading non ha dubbi: “Il primo e più importante cambiamento è stata la rimozione dell’attività principale di Zte dalla Entity List – permettendole di acquistare ancora una volta componenti statunitensi – dopo aver pagato multe miliardarie, sostituito i dirigenti e accettato la supervisione delle autorità di vigilanza americane”, scrive. “Solo Zte Parsian, filiale iraniana, è ancora sulla lista”. Poi ci sono i contratti in Cina, il taglio di posti di lavoro e gli investimenti in ricerca e sviluppo.

La testata osserva però un “paradosso”: infatti, Huawei, accusata di potenziale cyber-spionaggio per conto del governo cinese dall’intelligence americana, ha visto azzerate le sue possibilità di acquisire tecnologia statunitense seppur Zte abbia “legami molto più evidenti con il governo cinese”. Un esempio? Zte può acquistare da Tsmc, azienda taiwanese leader nella produzione dei microchip. Ciò è precluso, invece, a Huawei: sommato al divieto di utilizzo di software americani, il business degli smartphone di Huawei sta rapidamente morendo.

Come ricordato su Formiche.net, nel 2018, dopo che Zte era stata “salvata” dalla lista nera, John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, aveva parlato di inversione di tendenza “per capriccio e per motivi personale”. E l’aveva fatto ben prima che The Intercept rivelasse i legami tra Eric Branstad, figlio dell’ambasciatore trumpiano in Cina Terry Branstad (definito dal portavoce della diplomazia di Pechino un “vecchio amico del popolo cinese”), e Zte, che figurava tra i clienti della società di lobbying per cui aveva iniziato a lavorare subito dopo aver lasciato il dipartimento del Commercio.

Ora, invece, conclude LightReading, Zte è a un bivio: azienda che ha sempre avuto una presenza limitata sui mercati occidentali (l’anno scorso due terze delle sue entrate era “cinese”) ora può pensare di guardare agli Stati Uniti e all’Europa con più forza. Ma c’è un rischio: “Che i falchi americani vadano all’attacco, chiedendo che venga nuovamente inclusa nella Entity List”, scrive la testata specializzata. E l’esperienza di qualche anno fa, conclude, ricorda quanto ciò sia pericoloso.

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