Ospitiamo l’intervento di Massimo Favuzza, dottore commercialista e revisore contabile, e Francesco Rizzo, avvocato dello Studio Legale Improda: la modifica del Patent box, strumento che ha avuto enorme successo, colpirebbe le piccole e medie imprese e premierebbe chi spende (anche senza criterio) invece di chi cresce

 

Nella bozza del “Decreto-legge recante misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili” (c.d. “Decreto fiscale”) il Governo Draghi ha previsto un articolo espressamente dedicato alla “Semplificazione della disciplina del Patent Box”.

Il Patent Box è stato fino ad oggi un regime di tassazione agevolata che premia, con uno sconto fiscale, i redditi derivanti dall’utilizzo (diretto o indiretto) di beni intangibili quali brevetti, software, design e know-how. Con il  Decreto-legge 24 aprile 2017 n. 50 era stata prevista l’esclusione dei marchi d’impresa dal regime (inizialmente ricompresi e che la nuova disciplina “ripesca”) al fine di permettere all’Italia di uniformarsi alle indicazioni fornite dall’OCSE al fine di armonizzare i diversi regimi di Patent Box dei differenti Paesi.

Come segnalato da alcuni tra i primi osservatori che già si sono espressi sulla bozza del Decreto fiscale, piuttosto che una semplificazione, l’art. 6 del Decreto Fiscale realizza una vera e propria rivoluzione copernicana della disciplina introdotta con i commi 37-45 dell’art. 1 della Legge 23 dicembre 2014 n. 190 (Legge di Bilancio per l’anno 2015), che infatti sono abrogati.

Una vera e propria sorpresa, se solo si pensi al fatto che non più tardi un anno e mezzo fa, la task force presieduta dall’allora manager (oggi Ministro per l’Innovazione e la Transizione Digitale) Vittorio Colao proponeva l’incremento del beneficio (dal 50 al 70%) e l’allargamento ad altre categorie di intangibili (tra cui le liste clienti e le liste fornitori).

D’altro canto, negli anni numerose sono state le imprese italiane che hanno fatto richiesta di questa agevolazione e diverse hanno già ottenuto i vantaggi fiscali correlati. Il MEF, nelle sue consuete analisi annuale sulle dichiarazioni IRES ed IRAP, ha indicato che:

  • per l’anno 2015, 620 società hanno ottenuto i vantaggi fiscali derivanti dal Patent Box, per un ammontare di reddito detassato pari a 320 milioni di euro;
  • per l’anno 2016, 1.148 società per un reddito detassato pari ad 1,4 miliardi di euro;
  • per l’anno 2017, 1.200 società per un reddito detassato pari a 2,9 miliardi di euro;
  • per l’anno 2018, 1.764 società per un reddito detassato pari a 4,7 miliardi di euro, con il 74% del totale dell’agevolazione che è utilizzato dal settore manifatturiero.

 

Non si può dire insomma, che il Patent Box non abbia funzionato. E certo, tutto è migliorabile ed il procedimento burocratico per ottenere l’agevolazione mediante il ruling con l’Agenzia delle Entrate (che pure era stato bypassato fornendo alle imprese – con il c.d. Decreto Crescita – la possibilità di autoliquidare l’agevolazione) sconta tuttora rigidità e farraginosità tipiche della macchina amministrativa italiana, ma i (quasi) 5 miliardi di reddito detassato nell’anno 2018 sono una testimonianza del fatto che l’agevolazione – così come prevista – ha funzionato (forse – a voler essere maliziosi – anche troppo) bene.

Tornando alla norma, l’art. 6 del Decreto fiscale sostituisce, come abbiamo detto, la disciplina precedente che attua una detassazione dei redditi derivanti dall’utilizzo degli intangibili con una maggior deducibilità dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti in relazione ai citati beni immateriali, re-includendo anche i marchi. Sembra, a prima lettura, una riedizione del Credito d’Imposta Ricerca, Sviluppo, Innovazione e Design espressamente dedicata agli intangibili. Ed in verità lo sembra anche a seconda lettura, se è vero che il comma 9 dichiara espressamente l’incompatibilità tra le due misure.

Come è stato già rilevato nei primissimi articoli a commento della norma, vi sono numerose questioni aperte circa la disciplina transitoria. Proprio nelle ore in cui questo testo viene redatto, le imprese sono chiamate ad una corsa contro il tempo per salvare l’opzione per il quinquennio 2020-2024. Infatti, le aziende che hanno depositato istanza di ruling lo scorso 31 dicembre 2020 (presentando di conseguenza all’Amministrazione Finanziaria tutta la documentazione integrativa entro la fine dell’aprile 2021) sono costrette a trasmettere in anticipo (rispetto al termine del 30 novembre 2021) il modello redditi 2020 prima dell’entrata in vigore del decreto, pena l’esclusione dalla vecchia normativa: se fossimo in una partita di calcio, definiremmo questo intervento come “un’entrata a gamba tesa”.

Ma le criticità della riforma non si limitano a ciò. Da un punto di vista sostanziale, si passerebbe da una agevolazione legata ai redditi realizzati sfruttando i beni intangibili (conforme allo schema adottato in numerosi Paesi) ad un meccanismo che tiene conto dei soli costi sostenuti. Se fino ad oggi sono state premiate le aziende più performanti, quelle che nel mercato di riferimento avevano le migliori marginalità legate allo sfruttamento di intangibili, da domani verrà premiato chi più spenderà senza badare alla qualità della proprietà intellettuale sottostante ed al contributo che essa da in concreto ai risultati dell’Azienda.

In buona sostanza, il Patent Box non sarebbe più un’agevolazione dedicata alle piccole e medie imprese italiane (comunemente definite le “Multinazionali Tascabili” e che più di recente sono state anche denominate “Imprese Innovazionali”) che, con la forza delle proprie capacità ed anche senza spese esorbitanti, riescono a competere sul mercato globale affermando il successo del c.d. Made in Italy nei più disparati settori del manifatturiero (si vedano, sul punto, i dati MEF sopra richiamati) e realizzando notevoli marginalità.

Il Patent Box diventerebbe invece un ristoro di spese sostenute che sarà economicamente conveniente soltanto per le grandi multinazionali che depositano innumerevoli brevetti su piccole microcomponenti di prodotti complessi o magari per agevolare costi di marketing e pubblicità (chissà se sostenuti effettivamente in Italia).

Un modo per distruggere una misura che, per la prima volta dopo decenni, aveva finalmente dato un premio ai migliori, a coloro che fanno grande l’Italia nel mondo e che da questa agevolazione hanno tratto nuova linfa per proseguire nel loro personale percorso di Innovazione.

Una misura che, con questo intervento, non verrebbe banalmente “semplificata” ma stravolta con il rischio, da un lato, di trasformarsi nell’ennesimo beneficio a pioggia e dall’altro di disattendere a quello che crediamo sia stato l’obiettivo (conforme agli orientamenti delineati nel Pnrr) del legislatore governativo, ossia l’incremento degli stimoli allo Sviluppo, di fatto tagliando fuori dall’agevolazione un numero significativo di imprese.

Proprio in ragione di quanto sopra, si ritiene essenziale un intervento emendativo da parte del Parlamento (eventualmente anche su proposta dello stesso Governo) che non si limiti ad una mera sistematizzazione (che pure riteniamo doverosa) della disciplina transitoria (magari rinviandone l’entrata in vigore all’anno fiscale 2022): proseguendo la metafora che ci ha accompagnato, un emendamento di tal fatta potrebbe essere paragonato ad una “cura palliativa”.

È necessario invece salvaguardare il Patent Box come originariamente pensato sancendone la coesistenza alternativa tra le due modalità (quella preesistente e quella appena introdotta) di esercizio dell’agevolazione e di ottenimento della medesima, come peraltro è stato previsto per il Credito d’Imposta Ricerca, Sviluppo, Innovazione e Design. In questo modo si lascerebbe al contribuente la scelta su quale dei due metodi di calcolo utilizzare e si realizzerebbe, amplificandolo, l’effetto di incentivo all’Innovazione ed allo Sviluppo premiando sia chi più spende sia chi è più bravo, così creando un ulteriore volano a servizio della ripresa del nostro Paese nell’era post-Covid.

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