Una sentenza male interpretata, una narrazione distorta sui media occidentali e un pregiudizio di fondo. Sono tre gli ingredienti che alimentano la storia (poco verosimile) della Polonia di Morawiecki pronta ad abbandonare l’Ue. Le cose stanno diversamente. La versione di Dario Quintavalle

La sentenza del 7 ottobre con cui il Tribunale Costituzionale polacco ha ribadito la prevalenza della Costituzione polacca sul diritto europeo, ha scatenato un drammatico confronto tra Ue e governo polacco, andato in scena nell’aula del Parlamento europeo fra la presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen e il premier Mateusz Morawiecki.

I commenti della stampa occidentale, ostile al partito al potere attualmente in Polonia, sono stati generalmente sfavorevoli, e la Polonia è stata tacciata di essere un Paese di furbi che vogliono godere dei privilegi della membership dell’Unione Europea senza rispettarne le regole. Non c’è nessuna Polexit in vista ma l’Economist addirittura se ne rammarica: magari buttar fuori i disturbatori!

La vicenda tradisce i pregiudizi e stereotipi con i quali l’Europa occidentale guarda ancora all’Europa orientale (“Pensa questi parenti poveri che pretese hanno mentre li finanziamo”), e gli equivoci sui quali si regge l’attuale assetto europeo, di carattere giuridico, politico, e storico.

Il principio che regge l’Unione Europea è la superiorità del diritto europeo sulle leggi nazionali. Il tribunale polacco ha stabilito che tale principio trova un limite nella Costituzione, che rimane la legge fondamentale del Paese.

Nella motivazione della sentenza, il Tribunale costituzionale ha anche rilevato che, in caso di “contraddizione insolubile” tra il diritto comunitario e la norma costituzionale, non componibile attraverso l’interpretazione della legge, sarebbero percorribili solo tre ipotesi: a) Modificare la Costituzione; b) Favorire le opportune modifiche della normativa comunitaria, c) Uscire dall’Unione Europea.

Nessun Paese europeo, per la verità ha trasferito completamente la propria sovranità all’Unione Europea, e la costituzione di molti prevede regole e limiti al recepimento del diritto comunitario nell’ordinamento interno – ad esempio l’art. 23 della Costituzione Tedesca.

In realtà, un problema squisitamente giuridico, e abbastanza controverso, è complicato dal confronto, tutto politico, tra Bruxelles e i regimi cd. sovranisti.

E qui veniamo al problema politico: l’originaria comunità europea era un club di sei Stati usciti con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale, delimitato dalla Cortina di Ferro. La comunità si è allargata poi includendo Paesi meridionali che uscivano dalla dittatura, e democrazie nordiche solidissime e riluttanti a mischiarsi con gli europei del sud; infine è esplosa con l’allargamento del 2004. Il termine scelto, “allargamento”, suggeriva solo una addizione territoriale e legale. Ai nuovi paesi, per il principio dell’ acquis, venivano estese le norme vigenti. Prendere tutto il pacchetto, o lasciare.

Il matrimonio tra Europa Orientale ed Occidentale fu frutto di interesse e di equivoci.

Le neonate democrazie non avevano alcuna voglia di rinunciare alla propria riconquistata indipendenza, né alcuna vergogna della propria storia. Anzi l’aiuto europeo servì paradossalmente proprio a ricostruire la loro statualità: da dittature di partito a veri Stati sovrani.

A Occidente la Germania vedeva nell’allargamento l’occasione di ripristinare il suo spazio geopolitico storico includendo i nuovi venuti nella sua catena del valore. Oggi gli orientali vogliono essere soprattutto protetti dalla minaccia russa, mentre gli occidentali vorrebbero continuare a fare con la Russia i buoni affari di sempre: il Nord Stream è un bypass che taglia fuori l’Europa Orientale, e la più consapevole ne è l’Ucraina, che ha perso il treno dell’Allargamento, e ora si trova – e rimarrà sempre – in un limbo tra Est e Ovest.

La Polonia, in particolare, porta in dote una storia di orgoglio e diffidenza. Il paese è stato spartito tre volte nella storia sparendo dalle carte geografiche nonostante le armate di Giovanni Sobieski abbiano impedito ai Turchi di prendere Vienna. La Seconda Guerra Mondiale è cominciata per difendere la Polonia dai Nazisti ed è finita consegnandola ai Comunisti, per di più letteralmente spostandola sulla carta geografica e deportando i suoi abitanti. Si è liberata da sola, con Lech Walesa e Karol Wojtyla, ed ha così iniziato la liberazione di tutta l’Europa dalla minaccia sovietica. Essa si sente in credito assai più che in debito.

Non ci sarà nessuna Polexit, dunque, e non per motivi di soldi, ma perché la Polonia si sente parte dell’Europa e della sua storia.

Non si tratta di difendere il partito oggi al potere in Polonia. Ma comprendere che l’Europa orientale non è una mera appendice di quella occidentale: va studiata, capita, non denigrata, come fece Chirac con sufficienza. Capiremmo allora meglio anche la Russia, e soprattutto capiremmo che prospettive ci sono per l’Unione Europea.

Oportet un scandala veniant. La Polonia è l’elefante nella cristalleria che ci costringe a interrogarci su chi siamo, e dove vogliamo andare.

 

 

Dario Quintavalle

20 ottobre 2021

 

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