La decisione della Cassazione, pur legittima sul piano giuridico, rischia di disincentivare la trasparenza, favorendo la conservazione “sotto al materasso” delle mance. Con vantaggi solo per l’evasione e la criminalità organizzata

Lungi dal voler fare un’”apologia del contante”, delle furbizie, o dal contestare i principi giuridico-normativi alla base della legittima decisione presa, la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che le mance in contanti debbano essere considerate come reddito da lavoro dipendente, e quindi tassate, fa storcere il naso a molti (soprattutto tra gli operatori del settore alberghiero e della ristorazione) in virtù di un buon senso, che non fa giurisprudenza cui però a volte dovremmo appellarci.
Il caso è presto detto e rischia di diventare presto un’ipotesi di scuola. Un capo-ricevimento di un importante albergo della Costa Smeralda ha depositato in banca una somma superiore agli 84mila euro, frutto delle mance ricevute nel corso dell’anno da parte dei facoltosi clienti del suo hotel. Questa operazione monstre in contanti è stata catalogata dall’Agenzia delle Entrate come reddito da lavoro dipendente non dichiarato. Stabilendo quindi che il lavoratore fosse sostanzialmente un evasore (che però deposita il frutto della propria evasione in banca).
Iniziato il contenzioso, il capo-ricevimento ha ottenuto un primo via libera da parte della Commissione tributaria regionale, secondo cui le regalìe non potevano essere considerate tassabili perché non comprese nel reddito da lavoro dipendente. Peccato che, come detto, la Cassazione è stata di tutt’altro avviso e abbia ribaltato la decisione assunta dal giudice tributario.
Tuttavia, ammettiamo pure, vista l’entità, che tale cifra non possa rientrare tra quelle “di modica entità” citate dall’articolo 783 del Codice civile (ciò che ne decreterebbe la non tassabilità), avendo versato i proventi delle mance in banca alla luce del sole non si può certo parlare né di evasione né di elusione in senso stretto. Inoltre, le mance, per loro stessa definizione, rappresentano una corresponsione volontaria (e arbitraria nell’entità) da parte del cliente in virtù di un particolare servizio ricevuto che disintermedia sia il datore sia il rapporto di lavoro.
In aggiunta a ciò, in virtù del principio di trasparenza e di buon senso citato all’inizio è anche evidente che il lavoratore pagherebbe già le tasse per ogni operazione bancaria effettuata e per l’acquisto di ogni bene derivato dalle mance stesse, fosse un’auto (bollo), un terreno, un’abitazione (imposte di possesso), o altri beni soggetti ad esempio all’IVA eccetera.
La decisione della Cassazione (ripeto, legittima e rispettabile in punta di diritto e pertanto condivisibile nei principi giudici), rischia, invece, di disincentivare in futuro il ricorso alla trasparenza in situazioni simili, favorendo però la conservazione “sotto al materasso” delle mance. Ciò comporterebbe da un lato la perdita di controllo su centinaia di migliaia di euro e la loro sostanziale infruttuosità, dall’altro l’esposizione dei lavoratori ai pericoli derivati dal detenere rilevanti somme in contanti presso la propria abitazione che andrebbero eventualmente a “finanziare” la criminalità organizzata.
Entrambi fattori evitabili che, anzi, conducono a potenziali gravi ripercussioni economiche e sociali. Il ruolo da “watchdog” è un’immagine ormai stantia dell’amministrazione fiscale che dovrebbe, anzi, svecchiarsi. Ma per questo chissà che le prossime riforme in via di adozione e la legge di bilancio non possano fare qualcosa.
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