La politica estera turca è una rete tridimensionale che sovrappone geopolitiche contraddittorie in forzata coesistenza: quella transatlantica, quella della competizione/collaborazione con la Russia, quella della cuginanza con l’Iran sciita, quella della spaccatura con il blocco arabo-sunnita Ryhadh-Abu Dhabi-Cairo. Quest’ultima è determinante e se dovesse ora riassorbirsi, assisteremmo a un ennesimo salto revisionista

Nelle ultime settimane la Turchia ha iniziato a ricucire le relazioni con l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, tre importanti Paesi del Mediterraneo e del Golfo con i quali le relazioni erano crollate dopo lo scoppio delle primavere arabe e l’adozione da parte di Ankara di una strategia di sostegno dell’avanzata della Fratellanza Musulmana. Vedremo nel corso dell’anno cosa potrà derivare da queste riaperture diplomatiche, che si intrecceranno con l’onda lunga degli effetti dell’ascesa dei talebani a Kabul. Per tentare di dare un senso a tutto ciò, è necessaria però una riflessione più ampia sulla geopolitica turca e sulla stessa categoria di geopolitica.

A volte la geopolitica viene erroneamente confusa con uno strumento per spiegare i giochi profondi delle relazioni internazionali, smascherare le strategie degli Stati e interpretare, grazie alla disarmante semplicità delle linee, delle mappe e dei colori, il dispiegarsi della storia sotto i nostri occhi. La realtà è però ben più complessa e dietro all’azione degli Stati e al loro confrontarsi sulla scacchiera internazionale vi è un intreccio di origini, motivazioni, cause e processi talmente diversi e complessi che sono sostanzialmente impossibili da mappare; e se lo fossero, renderebbero le mappe geopolitiche perfettamente illeggibili.

Ciò appare tanto più veritiero quanto più ci allontaniamo dal fatidico 1989, da cui la geopolitica dei due decenni successivi ha in qualche modo ereditato lo schematismo e la superficialità, continuando a rappresentare un mondo ristretto rispetto alle opzioni reali degli Stati e creando l’illusione dell’esistenza di un ordine costruito sul determinismo geografico e non più su quello ideologico. Uno sguardo alla mappa politica del globo di oggi ci fa capire chiaramente la dissoluzione dello stesso concetto di geopolitica che esisteva trenta, venti o anche solo dieci anni fa. Questo perché il mondo di oggi è ritornato alla fluidità del passato e la politica è tornata ad essere, come diceva Lord Salisbury, un’entità organica, sempre in divenire e che non risponde a regole fisse.

La Turchia degli ultimi anni è una rappresentazione plastica di questo principio. L’erraticità della geopolitica turca non è riconducibile ad un fattore politico o ideologico interno bensì, è in buona parte frutto dell’imprevedibilità di come interagiscono tra loro le varie forze che sottendono l’azione degli Stati sullo scacchiere internazionale. Ciò anche al netto delle attività di camuffamento (deception) delle proprie reali intenzioni e al carattere necessariamente reattivo del gioco strategico che si sviluppa attraverso il meccanismo azione-reazione. La geopolitica della Turchia negli ultimi due decenni è un notevole esempio dell’impossibilità di ricostruire per Ankara un modello di geopolitica stabile all’interno di un sistema regionale destrutturato e globalizzato che non possiede sufficienti vincoli per garantire sostenibilità.

Ankara ha molto semplicemente reagito al caos regionale adottando una “politica estera da ottovolante”, basata sul paradosso geopolitico e fatta di repentini cambi di direzione, allineando contraddizioni e rivoluzionando costantemente le sue relazioni strategiche tradizionali, impostando un’azione costruita su un’illusoria mappa geopolitica, quella del cosiddetto mondo neo-ottomano che non può esistere perché esso è una costruzione tridimensionale che confonde gli interessi nazionali turchi con le aspettative prodotte dalla stagione delle primavere arabe e con il più ampio pan-islamismo.

Non si tratta di una mappa ma di una rete tridimensionale che sovrappone brandelli di geopolitiche contraddittorie in forzata coesistenza: quella del legame transatlantico, quella del rapporto di competizione/collaborazione con la Russia, quella della cuginanza con l’Iran sciita, quella della spaccatura con il blocco arabo-sunnita Riad-Abu Dabi-Cairo. Quest’ultima determinante perché ha caratterizzato tutti i conflitti regionali in cui Ankara è invischiata. Se questa frattura dovesse ora riassorbirsi, assisteremo ad un ennesimo salto revisionista, che produrrebbe effetti

La politica estera di Ankara di oggi è prevalentemente una sommatoria di azioni diverse di revisionismo, che non può avere la coerenza di un disegno geopolitico, perché non lo consentono le risorse del Paese e il livello di destrutturazione regionale. La sua cifra, piuttosto, è quella dell’emergenza e dell’incoerenza basata sul cherry-picking, cogliendo gli spazi di desovranizzazione lasciati liberi sull’area vastissima dell’abbandonato Grande Medio Oriente americano. Spazi prodotti dal progressivo ritiro Usa che rischiano di essere occupati da Stati competitori o da attori jihadisti non statuali. In questo quadro, un nuovo reset con i Paesi del Golfo e con l’Egitto invertirebbe nuovamente la postura della Turchia producendo conseguenze tutt’altro che secondarie, anche sullo scenario Mediterraneo.

Condividi tramite