La riforma del Digital Markets Act voluta dall’eurodeputato tedesco Andreas Schwab irrita già da tempo l’amministrazione Biden in quanto prende di mira solo le società americane. Il rischio è che si sgretoli l’alleanza digitale transatlantica

Il dito dell’Unione europea sempre più puntato contro le aziende tech statunitensi proprio non piace a Washington. La linea dura intrapresa dall’eurodeputato del Ppe, il tedesco Andreas Schwab che vorrebbe rivedere il Digital Markets Act (DMA), non è stata apprezzata.

L’irritazione era diventata pubblica lo scorso giugno, quando una lettera firmata dal Consiglio di sicurezza nazionale su avallo del presidente Joe Biden venne recapitata a Bruxelles. Il nodo della questione era stato esposto in modo piuttosto plateale: “Le politiche protezionistiche prendono di mira esclusivamente le aziende statunitensi”.

Da quel giorno poco è cambiato, anzi. La difesa della strategia da parte di gran parte dell’Ue – Germania, Olanda e Francia su tutti – ha incrinato ancor di più i rapporti, mettendo a rischio l’alleanza transatlantica che (anche) sul digitale vuole agire da fronte unico per contenere l’avanzata cinese.

Gli americani accusano l’Ue di una doppia strategia: da una parte la richiesta di collaborare sull’intelligenza artificiale, dall’altra l’abitudine di muoversi in autonomia e spesso a discapito delle aziende a stelle e strisce. L’iter di approvazione del DMA è ancora molto lungo e la sua entrata in vigore non è prevista prima di due anni. È adesso, però, che si decidono le regole da introdurre all’interno del provvedimento e per questo i funzionari statunitensi battono il chiodo affinché si trovi una diversa soluzione.

Apple, Amazon, Facebook, Google e Microsoft finiranno inevitabilmente tra le aziende cerchiate in rosso dalle autorità regolatrici, ma i nuovi criteri stilati a maggio dall’eurodeputato Schwab potrebbero far sì che siano le uniche. I paletti, infatti, riguardano per lo più la capitalizzazione di mercato, le entrate registrate dall’azienda e il numero di utenti. Facile quindi intuire come da questa lista saranno depennate molte società tecnologiche che operano nello stesso campo ma con numeri più bassi. Tradotto: le aziende europee, chiaramente meno Big di quelle statunitensi, potrebbero essere risparmiate.

L’appoggio a Schwab arriva soprattutto da Berlino ed Amsterdam, entrambe consapevoli di come alcune loro grandi società potrebbero dover sottostare a regole molto più rigide qualora non passasse la sua riforma. Mentre infatti i criteri previsti dal DMA e dal DSA (Digital Services Act) per identificare i gatekeepers fuori norma prevedevano, ad esempio, 65 miliardi di euro di capitalizzazione e un giro di affari nell’ultimo triennio di 6,5 miliardi di euro, nelle idee dell’esponente della Cdu c’è quella di aumentare le fasce così da ridurre il numero di aziende. Dunque, i miliardi di euro di capitalizzazione dovrebbero diventare 100 e il flusso di denaro negli ultimi tre anni dovrebbe ammontare a 10 miliardi di euro.

Agli occhi di Washington, tuttavia, questo sembrerebbe un chiaro escamotage per eludere il controllo su aziende come Booking.com (statunitense ma con sede legale nei Paesi Bassi) e altre realtà simili, come la multinazionale tedesca leader nei software SAP. Anche perché le parole di Schwab non hanno per nulla rassicurato chi vedeva la malafede nelle mosse europee. Parlando delle Big Tech, l’eurodeputato nato a Rottweil ha precisato come l’intenzione sia quella di arrivare “alle prime cinque – tutte statunitensi, ndr -, magari alla sesta, Alibaba. Ma non includiamo una settima per coinvolgere anche un’azienda europea per far felice Biden”.

Per il capo della Concorrenza alla Commissione europea, Margrethe Vestager, si tratta di un’accusa senza fondamento. Non esiste alcuna presa di posizione da parte dell’Europa dato che “se guardate le proposte presentate al Congresso, vedrete che rispecchiano più o meno quello che faremmo nel Digital Markets”, ha dichiarato. Non è chiaro se ci sia la volontà da parte europea di includere anche le grandi aziende tech cinesi, da Alibaba a TikTok, in quanto “non sono quotate in borsa”. Quello che è certo, piuttosto, è che tra qualche anno le società europee arriveranno a ricoprire le dimensioni di quelli statunitensi e allora anche a loro toccherà sottostare alle regole. “Non c’è alcun tipo di antiamericanismo in atto”, aveva affermato Vestager già a luglio.

Non tutti però si sono allineati alla nuova linea politica avanzata da Schwab. Alcuni, come la connazionale Evelyne Gebhardt, vedono la questione più da una prospettiva generale, “indipendentemente dalla loro nazionalità”. Dello stesso avviso il deputato olandese Paul Tang, pronto ad incontrare i funzionari americani settimana prossima: “Non possiamo concentrarci solo sulle società statunitensi”, ha dichiarato, “ma piuttosto costruire l’approccio su preoccupazioni transatlantiche comuni e guardare al potenziale danno di tutte le società eccessivamente dominanti”.

Quello della regolamentazione tech è un tema scivoloso ma fortemente decisivo per i prossimi anni. Sarà infatti necessario garantire un rispetto della privacy e delle regole di trasparenza da parte dei colossi tecnologici. Allo stesso tempo, bisogna ricordarsi della velocità con cui questo settore si sta sviluppando e quindi prevedere delle norme che non blocchino l’innovazione. Un modo per riuscirci è lavorare di squadra, ha detto di recente Katherine Tai, rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, convinta di come con gli europei “avremo un tipo di conversazioni solide e oneste”.

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