Forse Renzi pensa a un Centro geometrico, equidistante tra i poli, e lo sogna a due cifre, o poco sotto, per condizionare tutti i governi che verranno. È un disegno rispettabile, pur se difficile, e non rinvia all’indirizzo del Centro, semmai a quello di Craxi, che però almeno ci riuscì…

Renzi vuol fare il Centro. Anche lui sin iscrive al club dei ricostruttori del Centro. Io no, passo. Non sono mai stato un progettista né un manovale del Centro. Non ci credo, non esiste.

Nella Dc era vietato parlare di Centro. La Dc era la Dc, la diga antemurale al comunismo, il partito Stato, o – come ama definirlo il suo maggiore storico, Agostino Giovagnoli – era “il partito italiano”, rappresentativo a un tempo di centro, destra e sinistra.

Solo Martinazzoli cominciò a parlare di Centro, nel tratto finale della vicenda democristiana. Non portò bene. Nella Dc non esistevano neppure correnti centriste, la parola era vietata, dava un’idea residuale. Solo Scalfaro si professava centrista, ma non contava nulla prima di ascendere al Colle.

Rocco Buttiglione trent’anni fa ci spiegava che il Centro è uno dei modi in cui si può organizzare nel mondo l’alternativa alla sinistra e ai partiti statalisti. Verrebbe da concludere che il Centro è solo una destra fatta meglio, più dialogante e rassicurante.

In realtà l’orizzonte politico nel mondo è sempre tagliato in due: da una parte le forze politiche più stataliste, più legate ai movimenti operai e sindacali, e dall’altra le forze più liberali, e più legate all’impresa, alla Chiesa, alle ragioni della libertà. In questo secondo emisfero si rintracciano le ragioni del Centro.

Il Centro non è una terra di mezzo, ma una delle metà campo. Può esserlo, talvolta lo è. In Germania il centro cristianodemocratico è uno dei corni del bipolarismo del sistema, pur presidiato da una legge elettorale proporzionale. Quasi ovunque in Europa il Ppe è uno dei due partiti del bipolarismo vigente.

In Italia esiste una anomalia: nella metà campo opposta alla sinistra si insedia una dieta destra, estranea al Ppe, e un partito un tempo regionalista – la Lega – oggi per molti aspetti a destra della destra.

È qui la partita del Centro, inteso come cultura: riequilibrare un centrodestra lontano sia dalla tradizione democristiana che da quella popolare europea. Renzi vuol concorrere a questo disegno? Non mi pare. Egli parla di Centro, ma liberale, non popolare. Italia Viva accarezza la suggestione liberal-chic, diffusa a sinistra nel trentennio di transizione dall’operaismo alla cultura “fusionista” del Pd.

Forse Renzi pensa a un Centro geometrico, equidistante tra i poli, e lo sogna a due cifre, o poco sotto, per condizionare tutti i governi che verranno. È un disegno rispettabile, pur se difficile, e non rinvia all’indirizzo del Centro, semmai a quello di Craxi, che però almeno ci riuscì.

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