Dall’entrata in vigore della nuova legge sulla privacy, è crollato il numero di transponder accesi nelle acque della Repubblica popolare. Pechino parla di “sicurezza nazionale” ma potrebbe essere anche un modo per oscurare le difficoltà delle catene di approvvigionamento

Nelle acque cinesi a ottobre si registravano oltre 15 milioni di transponder accesi ogni giorno. Dall’inizio di novembre i segnali del Sistema di identificazione automatica (Ais) sono crollati a poco più di un milione. Che cos’è successo? La risposta sembra essere contenuta in un servizio dell’emittente statale cinese Cctv del 1° novembre: “L’intelligence estratta da questi dati mette in pericolo la sicurezza economica della Cina e il danno non può essere ignorato”.

La Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare dell’Organizzazione marittima internazionale prevede che le navi da passeggeri, indipendentemente dalle loro dimensioni, e tutte le navi diverse da quelle passeggeri con una stazza lorda pari o superiore a 300 tonnellate, che operano su rotte internazionali e che effettuano scalo in un porto di uno Stato membro evono essere dotate di un Ais.

Inizialmente sviluppato per evitare collisioni e aiutare gli sforzi in caso di disastri, oggi l’Ais rappresenta uno strumento per monitorare la situazione delle catena di approvvigionamento globali e, per i governi, per tracciare l’attività nei porti. Oggi il sistema sembra essere una delle prime vittime della nuova legge sulla privacy cinese, in vigore dal 1° novembre, che impone alle società che processano dati di ottenere l’approvazione governativa prima di trasferirli fuori dal territorio cinese.

Citato dal Financial Times, Anastassis Touros, responsabile del team Ais di MarineTraffic, si è detto convinto che i dati Ais non rappresentino un rischio per la sicurezza nazionale (nessuno, a parte la Cina, li definisce tali) e ha sottolineato che le navi militari spesso nascondono la loro posizione dai tracker. Secondo l’esperto, questo buio informativo potrebbe causare nuove congestioni negli scali della seconda economia del mondo, che ospita di sei dei dieci porti container più trafficati del mondo, già colpiti da maltempo e pandemia. Il tutto a poche settimane dal Natale. Secondo l’esperto Gregory Poling del Center for Strategic and International Studies i funzionari cinesi potrebbero avere altri sistemi per tracciare le navi.

Charlotte Cook, capo analista commerciale di VesselsValue, ha spiegato a CNN Business che alcuni colleghi in Cina le hanno spiegato che alcuni transponder sono stati rimossi dalle stazioni lungo le coste cinesi all’inizio del mese su istruzione delle autorità di sicurezza nazionale. Gli unici sistemi autorizzati a rimanere dovevano essere installati da “parti qualificate”.

Si potrebbe fare affidamento ai satelliti. Ma non sono sufficienti: Touros, questa volta citato dall’emittente statunitense, ha spiegato che quando una nave è vicina alla riva le informazioni così raccolte non sono buone come quelle che possono essere raccolte a terra.

Come sottolinea la CNN, la volontà cinese di mettere il controllo assoluto sui dati e le informazioni “non è sorprendente, dato che il presidente Xi Jinping continua a riaffermare il dominio del Partito comunista al potere in ogni aspetto dell’economia e della società”, oltreché a spingere il piano Made in China 2025 l’autosufficienza economica per far fronte a minacce esterne come le sanzioni statunitensi sulle tecnologie emergenti.

Ma c’è un’altra ipotesi: che come accaduto nel caso di Peng Shuai, la tennista che ha accusato l’ex vicepremier Zhang Gaoli di aggressione sessuale, il governo cinese abbia deciso di spegnere la luce su una questione scomoda. I problemi delle catena di approvvigionamento globali rischiano, infatti, di alimentare pessima pubblicità per il partito-stato. Meglio, dunque, il buio. Con un problema: negli ultimi tempi, la poca trasparenza di Pechino è vista che sempre maggior sospetto a livello internazionale. La questione dell’origine del Covid-19 ne è la dimostrazione.

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