Piccoli passi avanti per limitare uso del carbone e investimenti sui combustibili fossili, ma i firmatari sono ancora troppi pochi – e l’assenza dei più grandi emettitori di CO2 rischia di vanificare gli sforzi dei Paesi virtuosi

Alla Cop26 di Glasgow si voleva “consegnare il carbone alla storia”, secondo le parole di Alok Sharma, ma le aspettative sono state pesantemente ridimensionate giovedì mattina. La fine del carbone è “in vista”, ha detto il presidente britannico di Cop, ma “dobbiamo continuare a lavorare insieme in questo decennio vitale per finire quel lavoro”.

È presto per dichiarare la conferenza dell’Onu sul clima (l’ultima occasione per evitare le conseguenze più devastanti secondo gli scienziati) un insuccesso. Oggi siamo a più 1,1° rispetto ai livelli preindustriali, le traiettorie attuali ci porterebbero a più 2,7° entro fine secolo. Se mantenute nella loro interezza, le promesse fatte alla Cop limiterebbero il riscaldamento globale a 1,8°, ha dichiarato l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea).

La messa a terra delle promesse farà la differenza. Dopo il patto per fermare la deforestazione e il piano per i finanziamenti, gli annunci di giovedì hanno gravitato attorno a un altro patto – la “Dichiarazione globale di transizione dal carbone all’energia pulita” – pensato per ridurre la dipendenza dell’uomo dal carbone, il principale responsabile del cambiamento climatico.

Lo stop agli investimenti “sporchi”

Venti Paesi e qualche istituzione finanziaria, tra cui la Banca europea per gli investimenti, si sono impegnati a interrompere entro la fine del 2022 i finanziamenti verso i progetti basati sui combustibili fossili, e deviare i flussi di denaro verso iniziative verdi. L’accordo, che non è vincolante, si riferisce ai nuovi sostegni con denaro pubblico per i progetti sia domestici che internazionali ma unabated, ossia quelli che non prevedono tecniche di cattura e del carbonio.

Questa parte del patto è stata firmata da grandi Paesi come Regno Unito, Canada e Usa. Dopo qualche tentennamento si è inserita anche l’Italia, pur avendo detto a Londra la sera prima che non avrebbe firmato. Il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani ha spiegato che i negoziatori stavano lavorando alla deadline. Ma rimane altissimo il numero di Paesi reticenti, tra cui risultano Cina, Giappone, Corea del Sud e Spagna.

Il Regno Unito ha annunciato che queste misure aiuterebbero a spegnere centrali a carbone per 40 gigawatt. Però secondo l’Iea ci sono nuove centrali in costruzione per 140 GW e altre in vari stadi di pianificazione per 400 GW. Gli ambientalisti e l’Iea sostengono che la finanza pubblica dovrebbe cessare subito di investire in combustibili fossili per mantenere viva la speranza di limitare il riscaldamento globale entro 1,5°, mentre alcuni Paesi e società ricordano che servono i proventi dei combustibili fossili per pagare la transizione.

Lo stop all’utilizzo del carbone (e le ragioni dei grandi assenti)

Sono 48 i Paesi che hanno firmato per limitare l’utilizzo del carbone per la produzione di energia. Quelli sviluppati si impegnano ad abbandonare la risorsa entro il 2030 “o successivamente, il prima possibile” – una formula aggiunta all’ultimo che diluisce l’effetto dell’obiettivo originario. Stesso discorso per i Paesi emergenti, per cui la data definitiva-ma-non-troppo slitta al 2040. Tuttavia tra i firmatari non figurano Australia, Cina, India e Usa, responsabili congiunti per più della metà delle emissioni da carbone al mondo.

Gli analisti americani hanno letto nella scelta di Joe Biden uno sforzo per non inimicarsi i senatori degli Stati ancora legati al carbone. Tra questi figurano i democratici moderati che hanno raffreddato il suo entusiasmo verde e gli hanno impedito di presentarsi alla Cop con obiettivi più ambiziosi, a dispetto della sua voglia di leadership sul clima. Biden soffre anche di popolarità decrescente; il suo partito ha appena subìto una pesante sconfitta elettorale in Virginia.

Canberra, dal canto suo, è così legata al carbone, e in particolare all’estrazione, da non aver dato sostanza ai propri piani per decarbonizzarsi entro il 2050, pur avendo fissato quel limite in linea di principio (solo la settimana scorsa, e non senza una certa riluttanza; quattro anni fa il premier Scott Morrison sventolava un pezzo di carbone in Parlamento per sostenere l’industria). Il piano australiano non prevede né tasse né obblighi, si basa sulla traiettoria attuale di consumo e su tecnologie non ancora evolute, e si è attirato lo sdegno degli ambientalisti.

Altro discorso per l’India, la quale ha annunciato da poco un piano per raggiungere la neutralità carbonica nel 2070. L’obiettivo slitta di vent’anni rispetto ai Paesi occidentali, ma considerando l’inquinamento cumulato nella storia (appena il 5%) e il fatto che il Paese ospita il 17% degli esseri umani e cresce a ritmi allucinanti, gli esperti sono concordi nel ritenere il piano ambizioso e significativo. Il presidente Narendra Modi ha anche promesso che entro il 2030 il Paese potrà produrre 500 gigawatt da fonti a zero emissioni (tra cui il nucleare) e avrà ridotto le emissioni di carbonio del 45%.

Un ragionamento simile si può applicare anche alla Cina, che pur essendo un’economia già sviluppata (a prescindere dalle affermazioni di Pechino) utilizza meno energia pro capite dei Paesi occidentali. Tuttavia il Dragone è fonte del 28% delle emissioni globali e costruisce nuove centrali a carbone al ritmo di una alla settimana. Il presidente Xi Jinping ha promesso che il Paese raggiungerà il picco di emissioni nel 2030 e otterrà la neutralità carbonica nel 2060, ma il suo rifiuto di presenziare alla Cop esemplifica il distacco che la Cina ha scelto di mettere tra sé e il resto del mondo nella corsa contro il tempo per limitare la crisi climatica.

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