Una Quarta Repubblica è ormai alle porte, e Draghi ne è il timoniere naturale. A Palazzo Chigi più che al Quirinale. Purché non esca di scena: è un lusso che l’Italia, e i partiti, ora non possono permettersi. Il commento di Paolo Alli

In poco più di settant’anni di vita, il nostro Paese ha visto alternarsi tre repubbliche, finite per i propri fallimenti e per l’avvento imprevisto di fatti traumatici.

La prima è la repubblica del compromesso, che ha tenuto insieme le diverse anime del Paese attraverso i quarant’anni della ricostruzione post-bellica, del miracolo economico degli anni ’60, degli anni di piombo, della guerra fredda. Un’epoca caratterizzata da tempi lunghi, leadership eterne, un elettorato stabile, una classe politica formata alle scuole di partito e radicata nel rapporto con i propri territori.

Quando il compromesso degenera in corruzione, il trauma di tangentopoli determina la fine della prima fase repubblicana.

La seconda e la terza sono le repubbliche del populismo, quello televisivo e quello dei social networks.

Il primo populista è Silvio Berlusconi, che inaugura la politica delle televisioni, modificando radicalmente tempi e format della comunicazione nel segno del rapporto “uno a molti”. Attorno a noi, la fine della guerra fredda, la globalizzazione, la crisi della sicurezza mondiale dopo l’attentato alle torri gemelle, il ridursi del potere americano nel mondo, il collasso finanziario globale del 2008.

Berlusconi introduce il mito del bipolarismo di stampo anglosassone, che, innestato su un tessuto storicamente proporzionalista, non giunge mai al proprio completamento. Per vent’anni, infatti, si assiste ad una alternanza al potere di due blocchi magmatici e mai ben definiti, né il Pd a sinistra, né il Pdl a destra. La leadership si identifica sempre di più nell’idea dell’uomo solo al comando.

Così come il successo personale del Cavaliere e lo scandalo di tangentopoli ne avevano favorito il rapido avvento al potere, l’esasperazione del suo protagonismo e un giustizialismo mai esauritosi, nemmeno con la fine di Mani Pulite, ne determinano l’epilogo politico. La sua condanna e la sua espulsione dal Parlamento chiudono la fase ventennale dell’alternanza destra-sinistra e danno vita alla tri-polarizzazione della politica italiana, con l’affermarsi, imprevedibile e rapidissimo, del Movimento 5 Stelle.

La terza repubblica nasce nel 2013, con l’entrata in Parlamento di un gran numero di seguaci di Beppe Grillo, che porta a compimento la transizione populista iniziata da Berlusconi. Egli intuisce il potere sempre crescente del web e l’influenza pervasiva dei social networks, che sostituiscono la comunicazione uno-a-molti con quella molti-a-molti, nella quale ciascuno si sente padrone del controllo della politica, all’insegna del motto “uno vale uno”. Il popolo consegna così la propria rappresentanza a una classe dirigente selezionata con pochi clic su piattaforme sapientemente governate dal regista di turno, segnando l’inevitabile avvento al potere dell’incapacità e dell’improvvisazione, nel segno dell’idea: “anche inesperti, purché onesti”.

Il furore populista mette in secondo piano le tremende sfide che accadono al di fuori dei nostri confini: l’avvento di Isis, il crescente protagonismo internazionale di Cina e Russia, le drammatiche guerre alle nostre porte in Siria, Yemen e Libia, la crisi del multilateralismo.

La transizione dura cinque anni, con il grillismo che condiziona pesantemente l’azione dei governi Letta, Renzi e Gentiloni, costretti a cedere su più fronti agli attacchi demagogici sapientemente orchestrati da Gianroberto Casaleggio. Emblematici sono provvedimenti come l’azzeramento del finanziamento pubblico dei partiti e la riduzione del numero dei parlamentari, che riducono al lumicino la possibilità di formare e selezionare la classe dirigente.

Il percorso si completa nel 2018 con la straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle e con l’imprevedibile alleanza di governo con la Lega, somma di due populismi di segno opposto: “onestà” e “prima gli italiani” ne costituiscono gli antitetici slogan.

Immigrazione, debolezza dell’Europa, fine dei privilegi della casta tengono banco nel dibattito politico interno, che si va impoverendo drammaticamente, sotto i colpi della democrazia diretta e dei tweet, incapace di cogliere il contestuale degrado economico, sociale e culturale della società. Un contesto nel quale anche la durata delle leadership si accorcia in una sorta di “consumismo del leader”: su tutti, l’esempio della rapida parabola di Matteo Renzi.

Ma incapacità e improvvisazione non sarebbero sufficienti a determinare la fine della terza repubblica se non intervenisse il più grande trauma vissuto dall’umanità nella propria storia recente, la pandemia.

Di fronte al dramma dell’imprevisto, provati da un nemico invisibile e letale, i cittadini del mondo vedono ribaltate le proprie priorità. I cavalli di battaglia dei contrapposti populismi, che avevano trovato un complicato compromesso nel governo giallo-verde, spariscono nel giro di poche settimane dalle agende politiche dei partiti.

La caduta del primo governo Conte e la parabola nascita-morte dell’ancora più improbabile Conte 2 segnano il definitivo tramonto dell’approccio populista, che lascia il passo al desiderio di competenza e moderazione da parte della classe politica.

Persino l’Europa dà finalmente prova di coraggio e ribalta la percezione di una istituzione lontana, burocratica e nemica dei cittadini, divenendo àncora di salvezza e sconfiggendo sul campo i sovranismi.

In questo contesto di drammatica evoluzione, Mario Draghi porta nello scenario politico italiano una ventata di novità nel segno della affidabilità, della capacità di decidere ed agire, della indiscussa autorevolezza internazionale. Ciò cambia progressivamente i paradigmi stessi della politica italiana.

Una quarta repubblica sta nascendo rapidamente, e il nostro premier è l’unica persona che può portarla a compimento. Potrebbe giocare un ruolo fondamentale pure dal Quirinale, ma non c’è dubbio che il luogo naturale per continuare la transizione sia Palazzo Chigi, cosa che si augurano anche i centri di potere internazionali, preoccupati di avere un garante credibile degli impegni presi dal nostro Paese.

Ma il problema che Draghi comincia ad avere sono gli anticorpi che il vecchio sistema sta producendo a dosi massicce contro di lui rischiando di disseminare di mine il suo percorso, qualunque esso sia.

Contro di lui, infatti, si levano oggi i pensatori alla Cacciari e coloro che invocano finalmente un governo sostenuto dal consenso popolare.

Ai primi, che sostengono che ci troviamo in una tecnocrazia, dico che il premier è un raffinato politico e un fine comunicatore, altrimenti non potrebbe tenere insieme una maggioranza come quella che sostiene il governo attuale.

Ai secondi, che dovrebbero chiedersi perché la gente non va più a votare, suggerisco di girare per le strade chiedendo ai cittadini chi preferiscano tra i leader dei partiti tradizionali e un uomo come Mario Draghi.

Ma proprio la grande forza del nostro premier rischia di essere anche la sua principale debolezza. Il fastidio dei leader di tutte le parti politiche nei suoi confronti è palpabile: sei mesi fa lo volevano al Quirinale per levarselo dai piedi, oggi temono che un Draghi Presidente della Repubblica non faccia loro toccar palla per i prossimi anni.

Anzi, penso che in parecchi, da Berlusconi a Conte, da Salvini a Letta e alla Meloni, vedrebbero molto volentieri un buen retiro draghiano in Europa, pur di non averlo più come un interlocutore che non ha paura di nessuno, non avendo scheletri nell’armadio e nulla da dimostrare se non quel senso delle istituzioni che manca ai suddetti, impegnati nella lotta per un voto in più o per una sopravvivenza politica che sfida l’implacabile anagrafe.

Ipotizziamo i due scenari: una candidatura di Draghi al Quirinale che naufraga nel voto segreto di un parlamento che per tre quarti sa di non essere rieletto, dunque incontrollabile anche dai leader di partito.

Come seconda ipotesi, una sua permanenza alla Presidenza del Consiglio rapidamente logorata da un anno di campagna elettorale e senza una ragionevole prospettiva di continuità dopo le elezioni politiche.

Scenari che, con ogni probabilità, convincerebbero Draghi a uscire di scena: e questo è l’unico lusso che l’Italia non può permettersi. Se ciò accadesse, il nostro Paese sarebbe consegnato ad un triste declino e sono certo che gli elettori farebbero pagare pesanti conseguenze ai responsabili. Spero che i principali leader e i leaderini alla Renzi e alla Calenda abbiano ben chiara questa prospettiva e lavorino per evitarla, anziché continuare con alchimie parlamentari che sempre meno corrispondo al sentiment del Paese reale.

Provino a farlo per il famoso “bene comune”, di cui tutti si riempiono molto la bocca e troppo poco il cuore.

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