La domanda da porsi è se i partiti sarebbero in grado da soli di esprimere un governo in grado di portare a temine il lavoro, appena iniziato e in alcuni casi solo abbozzato, sulle due emergenze (la sanitaria e l’economica), per cui l’ex governatore della Banca centrale era stato chiamato nemmeno un anno fa da Mattarella per presiedere un governo di (quasi) “unità nazionale”. La rubrica di Corrado Ocone

Nel gioco di veti e manovre che porteranno all’elezione del Capo dello Stato c’è uno scenario che proprio non possiamo permetterci: perdere Mario Draghi, indipendentemente dal fatto che egli resti a Palazzo Chigi o salga al Colle più alto.

Perché non possiamo permettercelo è presto detto: Draghi è una sorta di fideiussione per l’Italia a livello internazionale (politico e finanziario), ed oggi nessuno sembra in grado di sostituirlo in questa funzione. Né, purtroppo, siamo in condizione di poterne fare a meno. Che lo scenario pericoloso possa realizzarsi, e che perciò vada scongiurato, non è una paura campata in aria. Le incognite sono tante e nascono dall’incrocio di diversi fattori, ma si sintetizzano molto semplicemente nel fatto che a volte in politica se smuovi una casella tutto il sistema crolla e tende a riequilibrarsi in modo diverso. Anche indipendentemente dalle intenzioni dei protagonisti.

Le variabili, detto altrimenti, non sono controllabili. D’altronde, che Sergio Mattarella abbia un ripensamento e accetti un secondo mandato, casomai a “termine”, è altamente improbabile allo stato attuale. La situazione si complica vieppiù se consideriamo che sia un passaggio di Draghi al Quirinale sia la sua permanenza a Palazzo Chigi con un nuovo Presidente della Repubblica non sarebbero situazioni esenti da rischi. Nel primo caso, certo, Draghi potrebbe garantire comunque il Paese in Europa, e anche per un più lungo periodo, come ritiene Giulio Sapelli che ha scritto con Lodovico Festa un libro che esce in questi giorni per Guerini e Associati e che il cui titolo è altamente eloquente: Draghi o il caos. La grande disgregazione: l’Italia ha una via d’uscita?

In sostanza, però, inutile nascondercelo, la domanda da porsi è se i partiti sarebbero in grado da soli di esprimere un governo in grado di portare a temine quel lavoro, appena iniziato e in alcuni casi solo abbozzato, sulle due emergenze (la sanitaria e l’economica), per cui l’ex governatore della Banca centrale era stato chiamato nemmeno un anno fa da Mattarella per presiedere un governo di (quasi) “unità nazionale”. Nel caso invece che Draghi restasse premier, forse solo un Presidente della Repubblica eletto con la stessa maggioranza che regge il governo potrebbe coprirgli le spalle e soprattutto non accentuare quella guerriglia inter e intra partitica che già sta creando in questa fase non poche difficoltà all’operato governativo.

Ma che nessuno oggi goda di un consenso così ampio e trasversale, è un dato di fatto. In verità, che i fautori di questa permanenza costituiscano un fronte ampio lo dimostrano i pressing di questi giorni. Chiaro è tuttavia che a smuovere questo fronte è soprattutto l’idea di eleggere un Presidente della propria parte e poi andare subito al voto. Cioè proprio quello scenario che qui si vuole scongiurare e che ci porterebbe a perdere Draghi con tutto quel che ne segue.

Questa voglia irresponsabile di correre alle urne si spiega anche col fatto che i leader dei partiti vogliono riempire le liste coi loro protetti. Operazione favorita da una legge elettorale che, avendoli ridotti a comitati elettorali in capo ai leader, andrebbe cambiata prima di tornare a votare. A me sembra infatti che non è antidemocratico, come pure qualcuno dice, rimandare il voto, visto che la legislatura scade naturalmente nel 2023. Più antidemocratico è perseverare con questa legge e non procedere presto ad una sua revisione (a maggior ragione dopo l’approvazione della riduzione del numero dei parlamentari).

 

 

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