Nel 2022 si discuteranno nuovamente i parametri inseriti nel Trattato di Maastricht. Da leader della squadra italiana, Draghi potrebbe diventare la guida di una delegazione più vasta, di tutti gli Stati che desiderano una modifica dei parametri ed un’adeguata fase di transizione. L’analisi di Giuseppe Pennisi

Il 2022 sarebbe dovuto essere l’anno del ritorno alla normalità, anche e soprattutto per l’unione monetaria europea. In calendario, il completamento dell’Unione bancaria e l’inizio dell’Unione del mercato dei capitali (senza la quale è difficile raccogliere i finanziamenti privati e, soprattutto, convogliarli verso la transizione ecologica e tecnologica), nonché se tornare alle regole per la vigilanza delle politiche di bilancio in vigore prima della pandemia (ora sono “sospese”) o se modificarle alla luce della nuova situazione.

Le regole sono i parametri inseriti nel Trattato di Maastricht – principalmente, un debito della pubblica amministrazione non superiore al 60% del Pil ed un indebitamento annuo della pubblica amministrazione non superiore al 3% del Pil. Quando era presidente della Commissione europea, Romano Prodi chiamò “stupidi” tali parametri. In effetti, è difficile trovare una logica economica. Proposti come soluzione di compromesso, durante il negoziato del Trattato di Maastricht, dalle delegazioni del Benelux, il parametro relativo al debito in rapporto al Pil, era la media aritmetica della situazione a quell’epoca; quello relativo all’indebitamento annuo era il saggio che, alla situazione dell’epoca in termini di tassi d’interesse (ed altro), avrebbe permesso al debito di restare al 60% del Pil.

Oggi, la media del debito dei 19 Paesi dell’unione monetaria è attorno al 100% del Pil (per l’Italia circa il 150%), ed i disavanzi di bilancio si aggirano sull’8% a ragione dei ristori attuati durante la pandemia e della manovra espansionistica per rimettere in moto l’economia dopo la profonda recessione causata dal virus. Anche se l’obiettivo fosse di tornare a quelli che tutti chiamano “i parametri di Maastricht” (ed ai vari protocolli ed accordi intergovernativi aggiuntivi, primo tra tutti il Patto di crescita e di stabilità), sarebbe essenziale definire un periodo di transizione di alcuni anni, per evitare misure di bilancio fortemente restrittive che causerebbero, inevitabilmente, una nuova pesante recessione.

Gli Stati denominati, a torto o a ragione, “frugali” intendono tornare ai “parametri di Maastricht”: dalla loro hanno un forte argomento giuridico – evitare una modifica del Trattato e relativa ratifica dai 19 Parlamenti degli Stati dell’Unione monetaria. Gli Stati mediterranei (e la Francia) vogliono cogliere l’occasione per una modifica: non mancano soluzioni tecniche ben superiori ai “parametri” definiti frettolosamente trenta anni fa. La Germania si potrà pronunciare quando il nuovo governo sarà formalmente in carica.

La trattativa si presenta complicata. Per questa ragione, non poche voci sostengono che l’Italia sarebbe meglio rappresentata se con la sua autorevolezza europea e internazionale a guidare le delegazione italiana fosse il prof. Mario Draghi nella veste di presidente del Consiglio. Un suo trasloco al Quirinale, renderebbe difficile fargli esercitare questo ruolo. Da leader della squadra italiana, potrebbe diventare la guida di una delegazione più vasta, di tutti gli Stati che desiderano una modifica dei parametri ed un’adeguata fase di transizione.

In pratica, il negoziato è di fatto iniziato con un documento della Commissione discusso dai Rappresentanti Permanenti degli Stati dell’unione monetaria ed anche dall’eurogruppo composto dai Ministri dell’economia e delle finanze. Non è una trattativa vera e propria ma si sono definiti gli schieramenti e poste le basi per una discussione.

Su questa situazione è letteralmente piombata la quarta ondata della pandemia ed i timori causati dalla variante omicron. Ciò rende il negoziato ancora più difficile soprattutto se, come pare, gli Stati dell’unione monetaria danno risposte differenti all’incalzare di una pandemia che si riteneva domata (o quasi). Non solo si allungheranno i tempi ma, in una situazione di incertezza, non sarà facile tratteggiare scenari di quella che sarà “la nuova normalità” economica e finanziaria dell’Europa dell’unione monetaria.

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