L’invio di una missione di osservatori elettorali dell’Unione europea per il voto del 21 novembre non sarebbe ben visto dal governo americano. Le divisioni all’interno dell’opposizione venezuelana e il ruolo (pericoloso) dell’alleato russo

È la missione degli osservatori elettorale dell’Unione europea in Venezuela un “regalo” al regime di Nicolas Maduro? Molto probabilmente sì. E il gesto non è gradito dagli Stati Uniti.

Il prossimo 21 novembre, un centinaio di esperti seguirà sul posto le elezioni regionali del Venezuela. Erano 15 anni che alle delegazioni internazionali era vietato seguire il processo elettorale, ma un accordo del regime venezuelano raggiunto con Bruxelles ha permesso l’apertura. Alcuni esperti temono che questa presenza possa conferire legittimità internazionale ad un voto che non si compie con i principi di trasparenza, libertà ed uguaglianza.

Il voto venezuelano si svolge in un ambiente tutt’altro che democratico. Recentemente, il tribunale supremo (che risponde ai voleri di Maduro) ha inabilitato i leader dei principali partiti dell’opposizione, e arrestato molti potenziali candidati. L’accesso libero ai media indipendenti in Venezuela è una chimera.

Come se non bastasse con l’autoritarismo del governo socialista, anche all’interno del fronte oppositore ci sono pericolosi scontri. Il sostegno al leader dell’opposizione riconosciuto dalla comunità internazionale, Juan Guaidó, si sta perdendo per colpa dei mancati progressi e lotte tra gruppi oppositori. Tre dei quattro principali partiti di opposizione si oppongono agli sforzi degli Stati Uniti per sostenere Guaidó un altro anno, secondo l’agenzia Bloomberg.

Inoltre, la presunta intesa, tra il Venezuela e l’Unione europea, sembra irritare gli Stati Uniti. Il governo di Joe Biden ha cambiato il tono, ma mantiene la linea dura di Donald Trump, per cui guarda con sospetto la strategia europea sul Venezuela.

Secondo il Washington Post, l’impegno di Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, potrebbe “portare a una giornata elettorale relativamente pulita per le telecamere (e gli osservatori dell’Ue), anche se ciò significa concedere un feudo o due ai membri meno radicali dell’opposizione”.

Un alto funzionario americano ha detto al Washington Post che la sua preoccupazione “è che il giorno delle elezioni, gli europei diranno: ‘Beh, sembrava abbastanza buono’, quando tutti sappiamo che il vero problema è che la frode era già in atto”.

E poi c’è la Russia, che non manca per l’occassione. “La Guerra Fredda è sopravvissuta nel Venezuela socialista – spiega il Washington Post -. Da quando Hugo Chávez ha corteggiato il Cremlino negli anni 2000, gli Stati Uniti e la Russia si sono impegnati in quello che era in gran parte un gioco di influenza a doppio senso”.

La Russia, uno dei principali finanziatori del Venezuela insieme alla Cina, è intermediario per la vendita di armi e investe nel settore petrolifero. Un avvicinamento sempre più facile, giacché gli Usa si sono allontanati da Caracas e le sue risorse quando hanno deciso di essercitare pressione contro il regime con pesanti sanzioni economiche.

Borrell, che una volta paragonò la politica di Trump in Venezuela ai “cowboy nel far west”, intravede lo spazio per una terza via, che passa attraverso il sostegno delle elezioni. Non a caso il capo della diplomazia europea ha detto, commentando le elezioni di questo weekend in Nicaragua, che la situazione del Paese centroamericano lo preoccupa più della crisi venezuelana.

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