Il vicesegretario della Lega ammonisce il partito e Salvini a portare a termine la “svolta” europeista e “istituzionale”. Il “treno Draghi” passa una volta e il sovranismo è “passato di moda”. Le elezioni politiche scioglieranno i nodi, ma il risultato dipenderà molto dalle scelte che si faranno ora

Quando Giancarlo Giorgetti parla, fa rumore. Per quello che dice, ovviamente, ma anche perché le sue parole non sono frequenti e, distillate nel tempo, hanno indubbiamente maggiore peso e risalto (c’è comunicazione politica fatta di sovraesposizione ma anche una fatta di sottrazione).

E poi perché c’è una tempistica precisa con cui i rari interventi sono dati alle agenzie: che, sia un caso (come è probabile) oppure no, comunque capitano nel momento migliore per sottolineare una diversa visione politica rispetto a quella di chi nella Lega la vede diversamente da lui.

O semplicemente perché ha fatto delle scelte sbagliate, come in genere le ha fatte tutto il centrodestra nella recente campagna elettorale (e Giorgetti mise in chiaro proprio alla vigilia del voto che lui non c’entrava).

Oppure perché è nostalgico della “stagione sovranista” mente il partito è chiamato alla prova dell’ europeismo (e ieri l’anticipazione dell’intervista concessa a Bruno Vespa è arrivata proprio mentre i “sovranisti” trovavano conforto nella presenza di Matteo Salvini a Pistoia con il “negletto” leader brasiliano Jair Bolsonaro).

Salvini, che, nella sua funzione di segretario deve anche mediare, finisce spesso per dare l’impressione di essere in mezzo ad un guado, incapace o impossibilitato a prendere quella decisione netta che molto sicuramente semplificherebbe. Tanto che Giorgetti commenta: “Non so cosa abbia deciso”, ammesso e non concesso che Salvini abbia o possa decidere senza scontentare una fetta ampia dei suoi parlamentari.

In ogni caso, le parole di Giorgetti contengono due forti messaggi politici, che sarebbe un errore sottovalutare. Il primo messaggio che egli manda a dire è che sull’europeismo e sulla “istituzionalizzazione” della Lega non è possibile tergiversare: non si può fare una “svolta” e poi lasciarla “incompiuta”; bisogna fare una “scelta precisa”. Il sottinteso che mi sembra di leggere è che il treno, in questo caso Draghi, passa una sola volta procrastinare la decisione potrebbe significare che, quando essa arriverà, cioè quando la “svolta” sarà finalmente “compiuta”, potrebbe essere troppo tardi.

Il contro ragionamento o l’obiezione che però si potrebbe fare è che, conservando le “amicizie pericolose” di un tempo (Giorgetti fa riferimento ai tedeschi dell’AfD ma in qualche modo anche a Marine Le Pen), ovvero continuando a seguire una linea “di lotta e di governo”, Salvini si tenga pronto per un ritorno in forze in una qualche forma del “populismo”, di cui un certo avvertito disagio sociale potrebbe essere già la spia.

Ma è proprio qui che Giorgetti manda il secondo messaggio, per così dire, sviluppando quel curioso paragone cinematografico che lo aveva portato a contrapporre i film western di cassetta di Bud Spencer a quelli da Oscar di Meryl Streep: i primi, egli dice, “sono passati di moda”. Ovvero, tradotto altrimenti: il disagio ci sarà pure ma si esprime marginalmente (seppur rumorosamente) fra i cittadini, presso i quali sentimento predominante, aggiungiamo noi, sembra essere quello di una disincantata ma decisa voglia di ripartire e costruire.

Ovviamente, non è solo una questione di moda, né di semplice conquista del consenso. In campo, c’è il futuro della destra e, più in generale, dell’Italia. Il voto politico scioglierà sicuramente nel 2023 (o nel ‘22) buona parte dei nodi, ma il suo risultato dipenderà molto dalle scelte che si faranno ora. È meglio esserne consapevoli.

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