Dalla coalizione Ursula al governo Draghi, la parabola europea del Movimento Cinque Stelle fa ben sperare. Bene l’entrata nei socialisti, a patto che sotterrino (per sempre) amicizie à la Farage e decrescita infelice. Il commento di Gianni Pittella, senatore Pd e già presidente del gruppo socialista all’Europarlamento

Il pentastellato sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano commenta la possibile confluenza dei deputati europei del Movimento nel gruppo socialista e democratico spiegando che sono stati i socialisti per primi a convergere su reddito di cittadinanza e sostenibilità ambientale e che dunque il ‘matrimonio’ dipende da una convergenza tematica dei socialisti sulle posizioni pentastellate.

Al di là delle troppo facili ironie, Di Stefano ha il merito di introdurre almeno un tema, quello della convergenza programmatica che rischia di essere altrimenti e drammaticamente ancillare rispetto alle ragioni della tattica tutta di potere in Europa e in Italia.

Sono lontani i tempi in cui Giorgio Napolitano presentava nelle mani di Willy Brandt una lunga lettera di formale richiesta di adesione del Pds all’Internazionale Socialista e, poco dopo, il congresso di Berlino del 1992 segnerà la dichiarazione comune di accoglienza degli eredi del comunismo italiano nella schiera dei socialisti.

Quella lettera seguiva anni di travaglio politico internazionale, identitario, programmatico, di rivoluzione nel nome, nei simboli, negli orizzonti, negli ideali, nei destini di intere comunità. E il consenso del Psdi e del Psi, i due partiti italiani già membri della casa socialista non fu scontato ma oggetto di una discussione politica non facile nonché, come sempre accade, influenzata anche da posizionamenti tattici in un sistema al crollo, nei muri fisici e nelle protezioni internazionali.

Certo, erano altri tempi di politica in cui sangue e melma erano intrisi di idee del mondo e sul mondo e certo, quel processo riguardava l’adesione a un partito, quello dell’Internazionale Socialista e non solo l’ingresso nel gruppo parlamentare europeo della famiglia socialista.

Ma anche quest’ultimo caso, come quello di cui parliamo, ha delle implicazioni politiche enormi che non possono essere lasciate sotto traccia. Ne so qualcosa, mi permetto dire.

Nel 2009 nacque in Europa l’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D), al fine di consentire l’ingresso anche di forze non tradizionalmente socialiste nella famiglia progressista.E in Italia, nella componente culturale popolare ex democristiana del Partito Democratico nato appena un anno e mezzo prima, si coltivano legittimi dubbi sulle appartenenze europeee.

Tanto che solo nel 2014 grazie all’allora segretario Renzi, il Pd decide di aderire sia al Pse sia al gruppo dei socialisti che aggiunse la dicitura nel logo ufficiale di «Socialisti & democratici», quel gruppo di cui divenni Presidente nel luglio dello stesso anno.

Processi lunghi, confronti tematici che rischiano non esserci nell’attuale discussione. E sgombro subito il campo da un possibile sospetto o pregiudizio: come ho scritto più volte, considero positivamente l’evoluzione politica del Movimento e penso non vada affatto escluso un approdo nella famiglia socialista europea.

Penso solo che, come dice Letta, si debba aprire un confronto laico, e io aggiungo soprattutto vero. Partendo intanto dai fatti politici dell’ultimo quinquennio al Parlamento europeo e, soprattutto, in Italia nelle scelte e nella pratica di governo.

Cinque anni fa i Cinque Stelle al Parlamento europeo votarono con Nigel Farage, con cui condividevano il gruppo, assieme alla Lega e alla Le Pen, contro la risoluzione del Parlamento europeo sulla Brexit.

Poi votarono positivamente come presidente della commissione Ursula von der Leyen in una coalizione europeista antisovranista. Fuoriusciti dall’Efd (il gruppo euroscettico, a tratti xenofobo di Farage e del populismo di destra) si sono seduti tra i non-iscritti, bussando di volta in volta alle porte di vari gruppi, dai liberali ai verdi, ricevendo altrettanti rifiuti.

Nel frattempo in Italia, se possibile, la conversione pentastellata all’orizzonte di governo è stata ancora più rocambolesca. Dopo aver occhieggiato alla Cina e alla Russia, aver solleticato il ribellisimo dei gilet gialli (il più intelligente di loro, l’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio scriveva sul blog delle stelle “Gilet gialli, non mollate!” e oggi ne ammette generosamente l’errore nella sua autobiografia), aver sostenuto posizioni retrive sull’immigrazione, sulla giustizia, sulle infrastrutture e i grandi eventi,  assitenzialistiche sul lavoro, il Conte2 e l’alleanza progressivamente organica con il Pd. Un maturazione importante, per il Paese.

La necessità di ridare all’Italia, dopo la sbornia sovranista, un orizzonte di governo europeista, atlantico e progressista, cioè saldamente ancorato al destino europeo, all’alleanza con gli Stati Uniti e la Nato, a valori di giustizia sociale, di sostenibilità ambientale e convergenza territoriale.

La sfida era quella di mettere insieme forze con posizioni diverse su molti temi e che si erano detestate per anni. In fondo, con tutti i limiti, l’esperimento è riuscito e il Pd ha contribuito a una evoluzione positiva del Movimento verso la fatica delle scelte di governo, del compromesso, della tenuta democratica del Paese e l’evoluzione verso il governo Draghi.

Tutto questo è sufficiente per aprire le porte del riformismo socialista ai pentastellati?

Il processo di accantonamento delle bandiere della prima ora, la instant democracy del voto online, il sospetto giustizialista come anticamera della verità, la guerra alle lobby, il terzomondismo, l’euroscetticismo, è in corso ma non ancora terminato.

E allora, in conclusione, io dico che l’ingresso dei pentastellati nel gruppo socialista europeo può rappresentare una sfida, non di abiura ma di contaminazione, e anche di trasformazione per ambe le parti. Norberto Bobbio, rivolgendosi ai comunisti negli anni ’70, scriveva: “Vi interrogate sul vostro destino e non capite che dipende dalla vostra natura. Risolvete la vostra natura e avrete risolto il vostro destino”.

I socialisti europei lanciassero una sfida costruttiva e positiva ai 5Stelle e a sè stessi, alla luce del sole, sulla natura, sui caratteri, sui valori che una forza che si ispira al socialismo europeo debba avere.

Per me una forza socialista debba essere progressista dal punto di vista dell’eguaglianza sociale, liberale dal punto di vista dei diritti e delle garanzie di individui e comunità, liberalsocialista dal punto di vista del rapporto tra libertà di intrapresa e vincoli al mercato in nome dell’efficienza competitiva antioligarchica e degli interessi generali, europeista e atlantista, nel senso della collocazione valoriale e geopolitica e dell’ispirazione di fondo comunitaria e internazionalista.

Il Movimento può innervare alcuni suoi tratti, alcuni suoi accenti, ecologisti purché lontani da pulsioni da decrescita felice, legalitari purchè depurati dagli estremismi giustizialisti, di democrazia diretta, purchè consapevoli dei caratteri della democrazia parlamentare.

Se così accade, non saranno solo i 5Stelle a giovarne ma anche i socialisti e anche il Partito Democratico, a quel punto in un rapporto stabile con il Movimento e al contempo in un campo più largo aperto alle forze liberaldemocratiche ed europeiste.

La sfida è iniziata, è essenziale che non si chiuda troppo presto, senza aver seminato idee, senza aver generato vere sintesi ed evoluzioni e contaminazioni.

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