Gli ultimi rapporti di Bruxelles segnalano che quasi tutti i Paesi Ue fanno più screening degli investimenti diretti dall’estero. E nello stesso periodo quelli dalla Cina sono scesi a picco. Aumentano anche i controlli sui prodotti dual-use

Gli investimenti cinesi in Unione europea sono crollati negli ultimi due anni, passando da 4% a 2,5% dei totali. E il declino non sembra correlato al Covid, dato che è iniziato a novembre 2019, ha segnato meno 63% nel 2020 rispetto al 2019 e non si è invertito da allora. Ma la finestra temporale coincide anche con la progressiva adozione di regole per scrutinare gli investimenti esteri da parte di 24 Stati membri su 27.

Questo è quanto emerge dai nuovi rapporti su commercio e sicurezza appena pubblicati dalla Commissione europea, secondo cui solo Bulgaria, Cipro e Croazia non hanno annunciato nuove regolamentazioni che richiedono agli investitori esterni all’Ue di notificare i governi interessati se i loro affari vanno a toccare aree strategiche come tecnologia fondamentale e difesa.

L’Italia è tra le 16 nazioni che si sono già dotate di questi strumenti di scrutinio, assieme a Francia, Germania, Spagna. Sei Paesi stanno lavorando sui disegni legge, altri due progettano di rivedere le regole esistenti. Intanto nell’ultimo anno è entrata in vigore la legislazione europea sugli screening degli investimenti diretti dall’estero (Ide); la Commissione segnala che “l’adozione di questo meccanismo è stata impressionante, il che significa che gli interessi dell’Ue saranno meglio protetti in futuro”.

Il commissario per il commercio Valdis Dombrovskis ha voluto rimarcare che “l’Ue rimane aperta al commercio e agli investimenti esteri”, necessari per la creazione di posti di lavoro e la crescita economica, ma l’apertura “non è incondizionata e deve essere bilanciata da strumenti adeguati per salvaguardare la nostra sicurezza e l’ordine pubblico”

Dati rilevanti, per quanto non sorprendenti, riguardo a quali e quanti governi extraeuropei abbiano partecipazioni in investimenti all’estero dei loro cittadini e società. La Russia ha una “presenza media molto significativa” negli affari degli investitori russi, rivela il rapporto, mentre gli affari cinesi hanno una partecipazione pubblica media del 25%. E come ricorda il giornalista di Politico Stuart Lau, la Cina, seppure non citata direttamente, “è tra i primi 5 Paesi ad aver innescato il nuovo meccanismo di screening degli investimenti dell’Ue nel suo primo anno di funzionamento”.

Secondo Bloomberg tutto questo prelude a un piano dell’Ue per controllare l’intervento pubblico straniero ed evitare che Stati come la Cina si possano impossessare delle aziende europee, anche se non è chiaro entro quali tempi si muoverà la Commissione.

I rapporti evidenziano una certa confusione da parte degli investitori riguardo a quali accordi vadano segnalati: degli investimenti revisionati dai governi europei l’80% non necessitava di screening formale. Tra quelli scrutinati solo il 2% è stato bloccato, mentre il 91% è stato approvato, alcuni con prescrizioni, mentre la quota rimanente è composta da aziende che hanno preferito ritrattare. In Italia abbiamo assistito a questo fenomeno sotto forma dell’utilizzo del Golden power, strumento su cui il governo di Mario Draghi non lesina ove necessario.

L’altro rapporto, invece, verte sul controllo delle esportazioni ed è l’ultimo prima dell’entrata in vigore delle nuove regolamentazioni europee in materia. Gli autori evidenziano che gli export dual-use – quei prodotti che possono essere utilizzati per scopi sia civili che militari – rappresentano circa il 2,3% degli export Ue totali. Su 30.292 domande e notifiche di esportazioni sotto licenza, 603 sono state negate (nel 2019). Le nuove regole espandono i controlli sui prodotti dual-use attraverso una serie di misure, come l’adozione del fattore “sicurezza umana” per includere tecnologie emergenti, specie gli strumenti di ciber-sorveglianza.

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